I TICINESI DURANTE IL RISORGIMENTO ITALIANO: I LORO SENTIMENTI NON ERANO PER “ELVEZIA”

di Maria Cipriano e Luciano Milan Danti 

I TICINESI DURANTE IL RISORGIMENTO ITALIANO: I LORO SENTIMENTI NON ERANO PER “ELVEZIA” MA PER LA MADREPATRIA ITALIA.

Nel XIX° secolo i Ticinesi trasferiti in Italia erano largamente prevalenti, essendo il Ticino, impoverito da tre secoli di sfruttamento e sottosviluppo, terra povera di forte emigrazione che aveva come destinazione privilegiata l’antica madrepatria. 
Qui, venuti a contatto fin dall’epoca napoleonica con le lotte per il riscatto nazionale, con carbonari, mazziniani, liberali e garibaldini, fecero causa comune contro Vienna e contro Berna, complici tra loro anche in virtù della comune lingua tedesca, né il fatto che i governanti locali Ticinesi si barcamenassero tra la fedeltà alla Confederazione e la fedeltà all’Italia può costituire prova certa che la popolazione volesse rimanere con la Confederazione.
Emblematici a questo proposito i casi del pittore Carlo Bossoli, e dello scultore Vincenzo Vela: il primo entrò nei Cacciatori delle Alpi con Garibaldi, seguì l’eroe dei due mondi, e infine, poiché il Ticino rimase svizzero, si trasferì definitivamente in Italia e volle essere sepolto a Torino. Il secondo, che già viveva a Milano, dopo aver partecipato alla 1a guerra d’indipendenza si trasferì a Torino, divenuta ormai centro d’accoglienza di esuli politici provenienti da tutta l’Italia, dove collaborò attivamente con il Cavour per il quale condusse armi clandestinamente in Italia dalla Svizzera, e dove raggiunse la fama artistica: a lui si devono le celebri sculture in onore di Garibaldi, di Mazzini, di Cavour, di Carlo Alberto, di Vittorio Emanuele II e quella, particolarmente bella e giustamente famosa, dell’Alfiere dell’esercito sardo posta davanti a Palazzo Madama in piazza Castello. L’ancor più celebre “Desolazione” è, come si sa, una struggente allegoria dell’Italia pre-unitaria.
Poiché il Risorgimento contemplava materialmente l’annessione del Ticino e dei Grigioni italiani alla madrepatria sia nei programmi della Carboneria che della Giovine Italia che ne fu la prosecuzione, è impossibile che fin dalle primitive riunioni clandestine che si svolgevano a Chiasso fra italiani e ticinesi, la cosa fosse ignorata. Di conseguenza il Ticino rimase svizzero perché, mentre era prevista una guerra contro gli austriaci per la liberazione delle vaste terre italiane sotto il loro dominio, nessuna guerra era contemplata contro la Confederazione elvetica per la liberazione di quella minuscola terra, e i Ticinesi lo sapevano bene.
Cavour, che era di madre ginevrina e ben conosceva la Svizzera (la quale avanzava pretese perfino su alcuni territori del Regno sabaudo), era consapevole che l’Italia per rivendicare il Ticino avrebbe dovuto ricorrere alla forza, e poiché era prioritario sconfiggere l’impero asburgico per recuperare territori ben più vasti e popolazioni ben più numerose, accarezzò una soluzione diplomatica della questione ticinese, cosa che il grande statista non avrebbe preso neanche in considerazione se non vi fossero stati fondati motivi di ritenere che i Ticinesi la volessero; e si sa quanto efficienti fossero le spie da lui sguinzagliate nei vari territori, incaricate di riferire i reali stati d’animo della gente. Mai il Cavour si sarebbe imbarcato in imprese a scatola chiusa. 
Che a tutt’oggi l’argomento del Ticino irredento non sia stato adeguatamente studiato, è provato dallo zelo che viene messo nell’annacquarlo svuotandolo d’importanza, cosicché non si conosce con esattezza neanche il numero dei patrioti Ticinesi e Grigionesi che presero parte al processo di riunificazione della madrepatria: ma si può ragionevolmente congetturare fossero molte migliaia, direttamente e indirettamente coinvolti, stante il fatto che l’Austria, dopo aver sollecitato più volte da Berna misure drastiche contro l’attivismo filoitaliano di quel suo cantone inquieto e ribelle, decretò il blocco delle frontiere con la Svizzera e l’espulsione di 6000 ticinesi dal Lombardo-Veneto che dall’oggi al domani si ritrovarono sul lastrico, senza lavoro, pagando così un alto prezzo al Risorgimento. Nello stesso periodo Berna provvedeva a espellere i frati cappuccini italiani che proprio in quegli anni si segnalavano per il loro attivismo patriottico e la chiamata a raccolta di combattenti per la 1a guerra d’indipendenza e la difesa di Venezia, in risposta all’incitamento lanciato dai Vescovi del Regno di Sardegna e da molti altri religiosi da tutta Italia. Parallelamente, il Governo svizzero iniziava lo sganciamento del Ticino dalla Chiesa di Roma che, pur avversa al Risorgimento nelle sue alte sfere, rappresentava pur sempre un legame con la penisola. I Ticinesi che tornavano dalle patrie battaglie ebbero noie e grattacapi con le autorità elvetiche e talvolta furono sottoposti a processi, come Antonio Arcioni, che ciò nonostante si precipitò poi a combattere per la Repubblica Romana nel 1849. Mazzini stesso venne espulso dalla Svizzera, considerato persona non gradita, costretto a nascondersi presso amici fidati, mentre il suo amico il conte Giovanni Grillenzoni, esule da Parma e acceso carbonaro, che aveva sposato una ticinese, figlia di un avvocato che aiutava gli esuli italiani, venne anch’egli espulso, e nel 1853 subì un processo coi patrioti Carlo Cassola e Ludovico Clementi per detenzione illegale di armi, raccolte assieme ad altri in vista di una sollevazione che probabilmente doveva coinvolgere, assieme al Tirolo, il Ticino medesimo. A quella stessa data veniva introdotto nel codice penale svizzero il reato di tradimento, da intendersi principalmente come irredentismo filoitaliano.
Del resto, per rendersi conto del fervente clima di riscossa che si respirava nella Svizzera italiana ancor prima del Risorgimento, basta leggere cosa ne scrisse Giovan Battista Biondetti nel suo libro “Volontari ticinesi nel Risorgimento”, edito nel 1942:
 “le opere del Foscolo, dell’Alfieri, del Manzoni, del Leopardi erano lette ovunque nel Ticino. Le mie prigioni del Pellico erano lette avidamente fin nelle più sperdute casupole delle nostre più remote contrade. I versi infuocati del Berchet, declamati a gran voce dai giovani studenti, accendevano gli entusiasmi, mentre la satira mordace del Giusti (celebre la poesia in cui sbeffeggia e commisera gli austriaci) faceva maggiormente fremere i cuori dei Ticinesi per la causa italiana.” I ticinesi cooperavano all’Unità d’Italia. Riesce strano pensare che la trascinante forza ideale del Risorgimento non comportasse anche un discorso politico di ricongiungimento materiale alla madrepatria oltreché emotivo e sentimentale. E’ poco credibile pensare che Mazzini, che aveva fissato chiaramente i termini della frontiera alpina settentrionale con il famoso esempio del compasso puntato su Parma e sul fiume Varo, enunciato nella sua opera “I doveri dell’uomo” al capitolo V Doveri verso la Patria, si limitasse a stringer mani a qualche dignitario Ticinese fedele alla Confederazione, quando la frontiera alpina settentrionale da lui prevista andava ben oltre il Ticino, inglobando anche Zermatt, Saint Moritz, Coira (dov’è ora la sede della Pro Grigioni italiano), Davos e Ischgl (odierna stazione sciistica austriaca), il cui nome è di origine retico-Romana. Se i politici Ticinesi di ogni tendenza avevano tutto l’interesse a propugnare un legame solo culturale e sentimentale con la penisola, non così il Risorgimento, che si basava su di un progetto ben preciso di redenzione territoriale. E se in Corsica e a Malta giunse a maturazione il sentimento irredentista pur tra le maglie avverse francesi e inglesi, non si capisce perché nel Ticino le cose sarebbero procedute diversamente. Le cronache del tempo ci offrono del resto, fra te tante, una delle più toccanti e fulgide immagini del Risorgimento che oggi si stenterebbe a comprendere: quella della città di Lugano (che per noi italiani odierni è la “fredda e anonima” Lugano, abitata da gente che ci guarda dall’alto al basso) tutta ardente d’italianità, che s’illumina a giorno in piena notte alla notizia dei moti del ’48, coi Luganesi che saltano giù dal letto esultanti e imbracciano il fucile pronti a partire per l’Italia. Erano gesti inoffensivi, devoti alla Confederazione? In verità, fu proprio in questo clima d’indomabile effervescenza patriottica che il governo svizzero, temendo il peggio, si affrettò a concedere perlomeno in linea teorica tutti i diritti al bistrattato cantone italiano, integrandolo a pieno titolo nella Confederazione elvetica, nella cui Costituzione del 1848 esso figura assieme agli altri cantoni sovrani. Pur tuttavia, le belle parole contenute in quel testo non valsero ad appianare le contraddizioni, il disagio e l’inquietudine di una terra che si rapportava naturalmente alla madrepatria originaria, vedendo in essa il proprio punto di riferimento e il proprio baricentro. Fu pertanto la conclusione del Risorgimento con la sua incompiutezza e il suo necessario adattamento al contesto internazionale europeo, a far sfumare qualsiasi progetto annessionistico. E, del resto, se l’Italia aveva sacrificato Nizza e la Savoia, territori ben più estesi del Ticino e sempre appartenuti al Ducato di Savoia, in che modo avrebbe potuto rivendicare quest’ultimo che da oltre tre secoli non apparteneva più all’Italia? Se l’Italia penava così tanto per riuscire a riconquistare Roma, la capitale eterna cui tutta la nazione anelava, in che modo avrebbe potuto riottenere Bellinzona, Lugano, Locarno, Chiasso e Mendrisio? Ciò nonostante, all’indomani della proclamazione del Regno d’Italia, non mancarono dichiarazioni esplicite che nominavano il Ticino fra le terre irredente da riunire alla madrepatria: è lo stesso Carlo Cattaneo ad attestarlo, pur in pretestuosa polemica col Regno d’Italia e in difesa della Svizzera, nel suo libro “Terre italiane”, raccolta di scritti dal 1860 al 1862. Infatti, la frase pronunciata da Nino Bixio al Parlamento di Torino nel 1862 non lasciava adito a dubbi: “Quando saremo forti abbastanza, ce lo riprenderemo.” Le conseguenti affermazioni del ministro degli affari esteri generale Durando, che definiva come artificiale l’unione del Ticino alla Svizzera e come naturale la sua appartenenza all’Italia, fecero scattare le proteste di Berna, precedute da una presa di posizione altisonante delle autorità municipali di Lugano le quali si appellarono a tutti i Ticinesi, proclamandone la universale indignazione e la incrollabile fedeltà alla Svizzera. In verità non ci fu nessuna indignazione popolare dei Ticinesi alle dichiarazioni irredentiste italiane, e tanto meno una manifestazione della loro incrollabile fedeltà alla Svizzera, altro che nelle proteste ufficiali di facciata a cui proprio Berna aveva spinto le autorità di Lugano, la città più esposta all’irredentismo perché più vicina all’Italia. Pochi anni dopo, per le stesse ragioni, veniva espulso dal Ticino il giornalista Ippolito Pederzolli, un noto patriota trentino perseguitato dagli austriaci e colà rifugiato, che le autorità cattolico-conservatrici ticinesi tornate al potere e più strettamente legate a Berna, avevano bollato come “famigerato e frenetico irredentista” per aver fatto indefessa propaganda irredentista fra i Ticinesi, spronandoli all’azione, non solo, ma per averli definiti in varie sue corrispondenze “un popolo di ignoranti e di vigliacchi che non sanno ribellarsi all’oppressione del governo svizzero”. Conoscendo i loro malumori e il loro malcontento, testimoniato dalle grame condizioni in cui vivevano, Pederzolli non si capacitava come non fossero capaci di accendere la miccia di un’azione eclatante per l’Italia come tante ne avvenivano a Trieste, in Istria, nel Trentino e in Dalmazia nello stesso periodo: da qui l’infuriarsi del giornalista contro quella che gli pareva una vile rassegnazione al destino.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...