Plinio Martini, uno dei più interessanti scrittori ticinesi


Un trionfo una tragedia


di Paolo Parachini

Tanti hanno letto «Il fondo del sacco», i più  hanno almeno sentito parlare di Plinio Martini, uno dei piü interessanti scrittori ticinesi delle ultime generazioni, ma pochi conoscono veramente le sue origini, il tragico destino, il rovello religioso e ideologico, le gioie e i dolori, le condizioni in cui sono nate le sue opere. Ne
parla Paolo Parachini in questo articolo dal titolo emblematico.

Plinio Martini nasce a Cavergno (Valmaggia) il 4 agosto 1923, secondogenito di otto figli nati dal matrimonio di Maria Balli e Adeodato Martini. A Cavergno trascorre — come tutti i ragazzi di quel tempo — una «spensierata» e «scapigliata» giovinezza, aiutando il padre nella sua professione di postino, la madre e gli zii nei lavori dei campi e della pastorizia. A Cavergno frequentava le scuole elementari e maggiori, ricevendo, dal maestro Fridolino Dalessi e dal parroco Don Giuseppe Fiscali, quella secolare, ferrea e «implacabile» educazione cattolico-conservatrice, tipica delle nostre immobili regioni fino all’altezza degli anni Sessanta:
«Don Giuseppe sapeva bene quale violenza poteva nascondersi nel fondo del cuore dei nostri contadini, altrimenti non avrebbe impostato tutta la sua predicazione, come ha fatto, sulla paura dell’inferno, sulla necessità della mortificazione e delle rinunce, sull’incessante preghiera per la salvezza dell’ anima, sulla rigorosa separazione dei sensi — non intuendo che la sua ascetica austerità era idonea per anime d’eccezione, non per la massa 1».
Martini prosegue gli studi: dapprima al collegio Papio di Ascona, quindi al Ginnasio Cantonale e poi alla Magistrale di Locarno, dove, fra i suoi insegnanti, ebbe Piero Bianconi, Riccardo Donati e Guido Calgari; nel 1942 ottiene la patente di maestro ed inizia il suo lungo magistero esercitato quasi per intero nel suo paese natale. 

A 22 anni, nel ’45, sposa Maria Del Ponte di Bignasco; nascono cinque figli: Alessandro, Luca e Lorenzo (Maria e Stefano che però muoiono in tenerissima età).Intanto va germogliando nell’animo di Martini un intenso interesse per la letteratura, che egli coltiverà con grande passione da autodidatta per tutta l’esistenza, allacciando nel contempo relazioni di amicizia e di lavoro con altri intellettuali ticinesi (particolarmente preziosa sarà quella di Vincenzo Snider) ricevendone stimoli e suggerimenti che lo porteranno — seppure in modo non programmatico — alla lettura di opere classiche, moderne, religiose e storico- filosofiche, alle quali Martini — lettore acuto e ricettivo — attingerà a piene mani per la stesura delle sue produzioni letterarie. 

Come tanti altri scrittori italiani egli giunse ai suoi migliori esiti in prosa attraverso la poesia: i primi componimenti poetici apparvero infatti nel 1950 sul «Giornale del Popolo» — che per altri quindici anni ospiterà liriche martiniane — e l’allora direttore don Alfredo Leber, lo chiamerà poi anche a collaborare alla «Pagina letteraria». Sono di quegli anni le due raccolte poetiche pubblicate presso Carminati a Locarno Paese cosi (1951) e Diario forse d’amore (1953) 2. Nel frattempo,Martini, aveva ottenuto il diploma per l’insegnamento nella scuole maggiori (1952); rimane però alle elementari fino al ’59, anno in cui passò effettivamente alle scuole Maggiori del suo villaggio fino al 1971 quando venne costruito il nuovo centro scolastico a Cevio. 

Verso la metà degli anni Sessanta la produzione letteraria si fa più intensa: nascono i primi lavori di narrativa, ricordiamo almeno i due racconti per ragazzi pubblicati nelle ESG Storia di un Camoscio e Acchiappamosche e il maiale. Viene a cadere per contro il progetto di scrivere un libro di lettura destinato alle scuole elementari; reca la data 2 aprile 1963 la raccolta di 41 poesie di argomento biblico-evangelico Ed eri in mezzo a noi, che Martini invia, in forma policopiata, ad alcuni amici. 

Nel campo religioso e politico si assiste proprio in quegli anni ai primi sintomi di insofferenza e di dissenso verso gli schemi rigidi e meccanici di un’educazione che impedivano alla sua personalità — tanto ricca e complessa — di evolvere in tutta la sua ampiezza. Egli giunge cosi alla decisa, completa rottura con la Chiesa e al rifiuto dell’ideologia del partito conservatore. «Eravamo convinti che la Chiesa avrebbe ritrovato libertà e coraggio, diventando cosi una forza positiva e determinante nella lotta per affrancare i poveri, la donna, i paesi sottosviluppati da ogni forma di oppressione e di sfruttamento; ci entusiasmava la figura di Giovanni XXIII, papa inatteso e insperato, la cui presenza ci sembrava la garanzia migliore per la riuscita dell’assise. […] So che per questo molti cattolici hanno sofferto, come me: e alcuni, perduta ogni speranza, e magari anche per sentirsi intimamente più fedeli al messaggio cristiano, hanno preferito lasciare la Chiesa come si abbandona una nave ormai destinata».
Dall’autunno del ’64 alla fine del ’65 Plinio Martini lavoro come archivista all’OSMA (Opera svizzera dei monumenti d’arte), il cui direttore Virgilio Gilardoni non poca influenza esercitò sull’animo sensibile, passionale ma piuttosto ingenuo dell’autore di Cavergno, che lasciato definitivamente il PPD collaborava alla creazione del PSA nella speranza di trovare in questa nuova compagnia le risposte ai suoi numerosi quesiti. Attivissimo nell’ambito culturale e politico, Martini s’impegna per difendere e salvaguardare gli interessi e le bellezze della sua valle:
assume la presidenza della Pro Vallemaggia, con alcuni convallerani, fra i quali l’amico Giorgio Cheda, fonda la rivista «l’Almanacco Pro Vallemaggia», denuncia lo sfruttamento idroelettrico, la speculazione edilizia e la svendita del territorio, fa parte del comitato per la difesa della ferrovia valmaggese? eppure malgrado questi innumerevoli impegni trova ancora il tempo per dedicarsi alla pesca della trota, di stare con gli amici per una partita a carte o alle bocce, e proprio questa passione lo porterà a sostenere il discusso progetto, poi realizzato, del bocciodromo di Cavergno.
Nel ’70 esce il romanzo II fondo del sacco; lo presenta Adriano Soldini, la sala del palazzo della Sopracenerina di Locarno e gremita, l’autore appare felicissimo; e un vero trionfo! E’ un romanzo che ha sapore di novità, che rompe con la tradizione dei Chiesa e degli Zoppi e desta un improvviso interesse per la narrativa nella Svizzera italiana. Vi si descrivono fatti e vicende legati alla realtà valmaggese: «Io ho cercato di dare un ritratto fedele del nostro mondo, delle sue giustificazioni religiose e morali, delle condizioni sociali ed economiche in cui viveva la nostra gente, del suo carattere, delle abitudini, ecc: Giuseppe Zoppi non aveva fatto questo». I materiali e gli elementi narrativi erano stati forniti all’autore dalla gente del paese e da ex emigranti. II libro suscitò grande interesse, fu tradotto in tedesco con il titolo Nicht Anfang und nicht Ende e in francese, Lefond du sac. Eppure l’uomo non era felice. Scrive l’ll aprile 1972: «Vivo in uno stato di profonda tristezza […] qualcosa sta cambiando in me; la mia giovinezza e finita, so che dovrò morire. Lo sapevo anche prima, ma era un concetto astratto. Ora non più».
Nel 1974 l’editore Dado’ commissiona ai cinque autori della Svizzera italiana (Piero Bianconi, Giovanni Bonalumi, Giorgio Orelli, Plinio Martini e Giovanni Orelli) altrettanti racconti che, riuniti in volume, formeranno la silloge Pane e coltello, pubblicata nel ’75. II manoscritto di Martini reca il titolo I funerali di zia Domenica. Durante le vacanze estive l’autore riprende in mano il lavoro e in poco meno di un anno lo elabora e perfeziona fino a trasformarlo in un romanzo, in cui con ironia e con sarcasmo vien proposta una sorta di meditato raffronto fra passato e presente. Requiem per zia Domenica (probabile reminiscenza chiesana dei Racconti puerili: «E una sera dissi un bei Requiem anche per quella disgraziata Zia Lucrezia». Pubblicato dalla casa editrice II Formichiere venne presentato a Milano da Dante Isella; bella la copertina, opera di Edgardo Cattori: «devo combinare una cena con il pittore Cattori […]; e un bravo ragazzo comunista [sic] che mi farebbe la copertina del libro. II quäle uscirä in aprile, secondo le ultime informazioni datemi dall’editore […] Ho buone notizie per il Requiem: la copertina e piaciuta moltissimo e in settimana riceverò le bozze da correggere» (lettera privata del gennaio-febbraio 1976). 

Ma il successo e l’euforia sono di breve durata; scrive infatti il 14 gennaio ’77: «Sono giù di giri, non ho voglia di lavorare, e se mi metto mi stanco subito; non sto mai molto bene di salute, tossisco, stento a digerire, neanche più le bocce riesco a giocare bene». Nel mese di maggio ho ancora il tempo di incontrare Max Frisch a Berzona per discutere il progetto di una nuova rivista culturale che si sarebbe chiamata Confronti, scrive ancora per l’editore Dado’ Delle streghe e d’altro (che uscirà postumo), una serie di racconti brevi, ma il male e in agguato e il 31 agosto lo scrittore dovrà recarsi a Zurigo per sottoporsi ad un intervento chirurgico per l’asportazione di una metastasi cerebrale; l’operazione riesce ma la notte del 7 settembre Plinio Martini cade dal letto e si riapre la ferita del capo appena operato. Dal coma si risveglia una decina di giorni dopo, ma l’uomo non si potrà più ristabilire. I medici gli danno pochi mesi di vita; fa ritorno a Cavergno, sembra riesca a sovvertire la sorte, vivrà infatti per ancora due anni, ma improvvisamente la tragedia. Dal giugno 1979 e obbligato a letto, muore il 6 agosto dello stesso anno a soli 56 anni. 
Personalità complessa, appassionata, di viva intelligenza, buona e generosa, Plinio Martini, pur interpretando le urgenze e le necessità degli umili e degli oppressi, non sempre seppe distribuire saggiamente e ponderatamente le sue energie e risorse, assumendo non di rado — in virtù di un temperamento focoso e passionale — atteggiamenti imprevedibili e contraddittori, che sconcertarono non poco anche gli amici più cari. 

Note:


1) I. Domenighetti, «Inedito», Quadrangolo N. 1 (29 novembre 1987), pp. 19-21.


 
2) Per la bibliografia completa delle opere e una piü esauriente biografia cfr.: I. Domenighetti, «Plinio Martini: i giorni le opere», Cenobio N. 3 (luglio-settembre 1987) Nuova serie, pp. 216-261

 

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