IL FONDO DEL SACCO

In Canton Ticino non si osa affrontare il recente passato, forse perché siamo tutti figli di una condizione di miseria. L’illusione “dei più di sessant’anni” di benessere hanno sradicato dai “ricordi ticinesi” quel periodo neanche tanto lontano dove per mangiare si doveva emigrare. 

Un Ticino oggi costruito da sradicati senza più identità e storia, un Ticino fatto  anche da “recenti immigrati” (prevalentemente veneti, bergamaschi e calabresi) che giocano a fare gli svizzeri, ma di una svizzera della quale conoscono solo il benessere e la bambagia. 
Ma quelle valli lombarde recentemente rinominante Canton Ticino non sono sempre state l’eldorado: fino a poco tempo fa, nelle nostre valli, si crepava ancora di fame e l’unica soluzione era emigrare.

Chi emigrava nella vicina Milano, chi in Francia e chi, come ben raccontato in questo libro, in America.
Proprio l’emigrazione è il destino che tocca al protagonista dell’opera, Gori Valdi, che per cercar fortuna in America lascia a vent’anni il paese natale, Cavergno, e la promessa sposa Maddalena. Il sacco dunque come simbolo dell’emigrante, fagotto che egli porta in spalla nel suo vagare per il mondo. Anche la valle in cui sono ambientate le vicende però, chiusa da una cortina di ripide montagne, somiglia parecchio a un sacco. «Altrove c’erano porti e città dove gli uomini si ammucchiavano in grattacieli; noi eravamo un’isola fuori del tempo», dice Gori parlando della sua gente, «una brancata di farina in fondo a un sacco». Il prosieguo della storia è tragico: pochi mesi dopo la partenza di Gori, Maddalena si ammala e muore. È una perdita alla quale il protagonista non si rassegna, e di cui porterà per sempre il rincrescere nel cuore. Il sacco diventa allora quello, colmo di ricordi e di tristezze, che egli decide infine di vuotare raccontando la sua storia. «Io a Cavergno sono tornato proprio per quel ricordo», dice in entrata riferendosi a Maddalena, «e per levarmela di testa forse devo parlarne una volta fino in fondo, a cominciare da capo per mettere insieme quello che abbiamo patito qui prima di partire, la nostra vita di allora, le bestie il fieno l’alpe il letame il male di schiena, e poi il buono, perché a essere giusto devo dire che abbiamo avuto anche di quello: forse mi può far bene a vuotare il sacco fino in fondo». Fino all’ultimo l’autore fu alla ricerca del titolo giusto da dare al romanzo, ed è magari col rileggere queste righe, quando l’opera si avviava a esser proposta all’editore con il titolo Gesù Maria, che egli decise di cambiare. Sarebbe la dimostrazione di come, quando uno scrittore ha dedicato anni alla stesura di un romanzo e ancora è alla ricerca di un titolo da dargli, sia spesso il romanzo stesso a offrire la soluzione, quasi in cambio delle cure ricevute.
«Il fondo del sacco» (1970) è il romanzo che ha dato notorietà allo scrittore ticinese Plinio Martini. Vi si racconta la dura vita condotta in Val Bavona all’inizio del Novecento, quando l’unica prospettiva di una vita migliore era ancora rappresentata dall’emigrazione oltreoceano.



Link: 
https://www.nb.admin.ch/sla/03136/03137/03354/04230/index.html?lang=it

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2 comments

  1. Emilio Ferro · ottobre 15

    Luciano ti ringrazio del mondo a me sconosciuto che mi stai aprendo e facendo conoscere. Ti leggo sempre con attenta sorpresa e ammirazione! Grazie 🙂

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