L’IMPRESA DI FIUME 

“Eravamo soli nella notte carsica di Ronchi ed eravamo soli nella notte fiumana di Natale, eravamo nella città della vita, eravamo nella città della luce, eravamo intenti ad un’opera d’anima, uomini dal cuore ardente erano legati a cadaveri gelidi e perciò non vi poteva essere speranza di salvezza e tuttavia noi vi credemmo, e tuttavia noi patimmo e lottammo fino all’ultimo e che importa di essere vinto nello spazio se sono destinato a vincere nel tempo, ieri come oggi, oggi come domani, quando la stirpe o l’uomo sta per perdere la ragione di vivere, insorgere è risorgere”. 

Lettera di G. D’ Annunzio ad A. De Ambris 11/5/1922

Uno degli episodi meno noti della storia del Novecento, è certamente quello relativo alla cd Impresa di Fiume, il disperato tentativo di unire questa città all’Italia risoltosi in un bagno di sangue e che favorì la successiva tirannide fascista. Invero, col Trattato di Londra (firmato il 26 aprile 1915) e che sancì l’ingresso dell’Italia nella I guerra mondiale, gli alleati offrivano agli italiani il Trentino e il Tirolo meridionale fino al Brennero, la Venezia Giulia con Trieste e Gorizia, la Dalmazia, gran parte del litorale e delle isole dalmate (ma senza il porto di Fiume che sarebbe dovuto restare all’Impero asburgico di cui si voleva la continuazione), il protettorato sull’Albania e compensazioni coloniali nel caso di un impilamento degli imperi francesi e inglesi. Si parlò anche di una zona d’influenza in Asia minore nell’eventualità dello smembramento della Turchia, punto che sarebbe stato precisato nell’aprile 1917 con gli accordi di S. Giovani Mariana, secondo i quali l’Italia avrebbe potuto conservare il Dodecaneso e occupare il sud dell’Asia Minore, con Adalia e Smirne. Premesse generose che avrebbero fatto dell’Italia la principale potenza mediterranea e che sembravano viepiù giustificati alla luce degli enormi sacrifici affrontati dal paese dopo la disfatta di Caporetto. Non meno rilevante era poi il fatto che l’esercito italiano – al momento della resa austriaca – occupasse il suolo nemico mentre gli alleati ricevettero la resa tedesca in pieno territorio francese (da cui nacque il successivo mito tedesco della cd pugnalata alla schiena o Dolchstoßlegende). Peraltro, quando l’Austria e il suo impero deposero le armi, l’Italia occupò non solo quasi tutti i territori di cui si parlava nel trattato di Londra, ma anche Fiume, al fianco dei contingenti francesi e inglesi. Il 29 ottobre 1918 si costituì nella città un comitato nazionale che proclamò l’italianità di Fiume in nome del diritto dei popoli “a disporre di se stesso”. Ma le ambizioni italiane si scontrarono con molti ostacoli, primo fra tutti con le concezioni cui si ispirava il presidente americano Wilson, peraltro animato da una manifesta avversione per gli italiani molto diffusa in America e che preannunciava l’atteggiamento xenofobo manifestatosi nella successiva tragedia di Sacco e Vanzetti. Wilson infatti non si riteneva vincolato dagli atti diplomatici stipulati fra i Paesi dell’Intesa e sognava di far trionfare una nuova filosofia dei rapporti internazionali. Il presidente americano manifestò tale orientamento nel messaggio che indirizzò al Congresso nel gennaio 1918, che conteneva i famosi “14 punti sui quali intendeva fondare la pace. Il punto 9 affermava che “la rettifica della frontiera italiana dovrà essere fatta secondo una linea di demarcazione chiaramente riconoscibile fra le nazionalità”. Immediatamente il presidente del Consiglio italiano Orlando avanzò delle riserve su questo punto che rischiava di rimettere in causa le promesse fatte all’Italia durante la guerra. Quanto a Fiume, che Salandra e Sonino non avevano rivendicato nei negoziati della primavera del 1915, la maggior parte della sua popolazione era culturalmente e sentimentalmente italiana. Gli italiani la rivendicavano quindi sulla base del principio dell’autodeterminazione dei popoli. Peraltro, questa determinata volontà si scontrò anche con il nazionalismo “jugoslavo” del giovane Regno degli Sloveni Croati e Serbi. Nel 1915, al momento della firma del trattato di Londra, la Jugoslavia non esisteva: l’Italia si apprestava a diventare alleata della Serbia le cui ambizioni di costituire uno Stato che raggruppasse tutti gli “slavi del Sud” con sbocco sull’Adriatico erano ben note, ma la Serbia venne sconfitta militarmente e francesi e inglesi non esitarono, per ottenere l’alleanza dell’Italia, a svendere le sue aspirazioni e quelle degli slavi dei Balcani. Agli occhi dei diplomatici italiani inoltre, le nostre ambizioni in Istria e in Dalmazia potevano essere soddisfatte tento più facilmente in quanto gli sloveni e i croati, ex sudditi dell’impero austro – ungarico, si trovavano nel campo dei nemici dell’intesa. Concezione del tutto formale, fondata sui rapporti di forza e sui principi della diplomazia tradizionale, che però non avrebbe potuto imporsi dal momento in cui diventava arbitro della pace il presidente Wilson. Un Wilson ben deciso a fare dei diritti dei popoli a disporre di se stessi la base di un nuovo ordine internazionale, la cui fragilità (foriera di nuovi conflitti) fu messa subito in evidenza da numerosi intellettuali e in specie da Keynes che espresse la sua disapprovazione nel famoso pamphlet “The economic Consequences of the Peace”. In questo contesto poco favorevole, l’Italia affrontò nel 1919 la conferenza di pace. Il suo principale negoziatore, il debole Orlando, era frenato dalla congiuntura internazionale (e dal posto eminente che in essa occupava il capo della diplomazia americana) e al tempo stesso sollecitato dagli ambienti nazionalisti. Convinti di avere ispirato a Sonnino i fini della guerra, i nazionalisti avrebbero voluto, l’indomani dell’armistizio, dettargli le condizioni di pace conformi al loro programma. Questo era il senso dell’ordine del giorno votato il 15 dicembre 1918 dalla commissione esecutiva dell’Associazione nazionalista, che reclamava con forza la Dalmazia, compensazioni coloniali nonché l’annessione di Fiume. In questa atmosfera di eccitazione nazionalistica, nel gennaio 1919 venne fondata l’associazione degli arditi d’Italia che raccoglieva gli uomini delle truppe d’assalto che durante la guerra si erano specializzati in azioni audaci di prima linea, il che aveva loro valso trattamenti di favore e un’aureola di gloria. La contrapposizione fra le idee di Wilson e il programma dei negoziatori italiani si manifestò con relativo ritardo: mantenendosi alla lettera del Patto di Londra, il governo italiano non ritenne utile prendere contatti ufficiali con il presidente degli Stati Uniti e questi, quando venne a Roma all’inizio di gennaio, ebbe incontri seri solo con il Papa e con Bissolati il quale condivideva le idee di Wilson ed era propenso ad abbandonare ogni rivendicazione sulla Dalmazia (e per questo venne etichettato con l’epiteto di “rinunciatario”). Nell’aprile 1919 dopo aver regolato la questione della Società delle Nazioni, il consiglio dei quattro affrontò la questione delle frontiere italiane: immediatamente si aprì un aspro dibattito fra Wilson e Orlando che esigeva Fiume in nome del principio di nazionalità, il Trentino e l’Alto Adige e la Venezia Giulia come “frontiere naturali” dell’Italia e la Dalmazia per ragioni strategiche. Wilson poté facilmente mettere in evidenza il carattere incoerente di tali richieste, accettò quelle inerenti la frontiera settentrionale ma rifiutò agli italiani l’Istria orientale, e la Dalmazia, proponendo per Fiume – giusta la presenza di quartieri periferici slavi – la soluzione (già imposta alla città di Danzica) dello statuto di città libera. Naturalmente Sonnino e Orlando protestarono energicamente arrivando a minacciare gi altri tre “grandi” del pericolo di una rivoluzione popolare in Italia se non fossero riusciti a portare a casa “almeno Fiume”. Wilson decise allora di dare un taglio alla cosa e il 23 aprile fece pubblicare sul “Il Tempo” un manifesto rivolto al popolo italiano: in esso richiamava i principi sui quali intendeva fondare la pace ed esponeva il suo progetto concernente la frontiera italo – jugoslava. Il tono era amichevole verso il popolo italiano ma non conteneva nessun riferimento al governo italiano. Orlando accusò immediatamente il presidente americano di essersi rivolto agli italiani sulla testa dei loro dirigenti e il 24 aprile abbandonò la conferenza seguito, due giorni più tardi, dal ministro degli Esteri. Prendendo il treno per Roma, il capo del governo italiano sperava non solo di bloccare i lavori della conferenza ma di far approvare incondizionatamente la sua politica dal Parlamento italiano, per dimostrare a Wilson l’assurdità del suo manifesta e la profondità del sentimento nazionale degli italiani. Purtroppo il gesto di Orlando non ebbe i risultati che si proponeva: ben lungi dal provocare il blocco della conferenza, la partenza dei delegati italiani suscitò indifferenza e persino sollievo. Mentre Lloyd George proponeva che la regione di Smirne, promessa all’Italia venisse attribuita alla Grecia, i diplomatici italiani rimasti a Parigi avvertirono il Governo che c’erano seri rischi di vedere la Francia e il Regno Unito denunciare il Patto di Londra, mentre si sarebbe firmata la pace con la Germania. Adirati, Orlando e Sonnino annunciarono il loro ritorno alla Conferenza dove era già stato decisa la spartizione del bottino coloniale tedesco fra francesi e inglesi. Per un mese gli italiani subirono rifluiti su rifiuti da parte degli alleati e quando la conferenza si sciolse provvisoriamente il 6 giugno, il fallimento della delegazione italiana non avrebbe potuto essere più completo. Tornato a Roma a mani vuote, Orlando pagò questa rotta diplomatica con un voto di sfiducia alla Camera e dovette cedere il posto a Nitti. Il bilancio era pesante e segnò profondamente l’evoluzione interna del paese. Fra l’aprile e il giugno 1919 nacque in Italia il tema della “vittoria mutilata”, del sacrificio di 650000 uomini reso inutile dal “complotto plutocratico” dell’imperialismo bancario straniero contro la “nazione proletaria”. Questo era lo scenario che fa da sfondo all’impresa fiumana. Secondo il censimento ungherese del 1910 (nel quale fu richiesta la lingua d’uso), la popolazione di Fiume era pari a 49806 abitanti, e così suddivisa: 24212 dichiaravano di avere come lingua d’uso l’italiano, 12926 il serbocroato e altre lingue, soprattutto ungherese, sloveno e tedesco. Nel censimento non si consideravano i dati della località di Sussak, quartiere a maggioranza croata sorto in epoca recente a est della Fiumara. Quest’ultimo era il corso d’acqua che suddivideva la municipalità di Fiume (formalmente dipendente dalla Corona Ungherese in qualità di Corpus Separatum) dal Regno di Croazia. La città di Fiume aveva sempre lottato contro la propria annessione al Regno di Croazia, reclamata invece dalla minoranza croata. Al termine del conflitto, dal novembre 1918 truppe italiane occupavano il porto di Fiume in compagnia di un corpo di spedizione in cui figuravano inglesi, americani e soprattutto francesi. Le difficoltà incontrate dalla delegazione italiana alla conferenza della pace fecero bruscamente salire la tensione fra i contingenti alleati e la popolazione locale che inquadrata e stimolata da elementi nazionalisti, voleva mettere Wilson di fronte al fatto compiuto. Il 26 aprile 1919, il Consiglio nazionale di Fiume decise di far rispettare fino in fondo la sua volontà di unione con l’Italia e di affidare il potere al generale Grazioli, capo del corpo d’occupazione perché questi lo assumesse in nome dell’Italia. Grazioli rifiutò prudentemente ma accettò di trasmettere a Roma i voti dei fiumani. Il 29 giugno 1919 scoppiarono tumulti fra i militari francesi (accusati di simpatizzare per i croati), i cui ufficiali avevano osato strappare il tricolore italiano appuntato sulle vesti delle donne fiumane, e la popolazione civile, in soccorso della quale intervennero soldati e marinai italiani: nove morti e molti feriti costituirono il numero degli scontri, protrattisi fino al 6 luglio, noti come “Vespri fiumani”. Il comando supremo alleato reagì vigorosamente e il governo italiano venne invitato a ridurre il contingente militare, allontanare i Granatieri di Sardegna considerati responsabili dei disordini e sciogliere il battaglione dei volontari fiumani. Proprio degli ufficiali del reggimento granatieri di Sardegna accasermati a Ronchi con i loro uomini si riunirono il 31 agosto e giurarono di conservare Fiume all’Italia. Agli inizi di settembre presero contratto con il poeta decadentista Gabriele D’Annunzio e gli offrirono il comando della spedizione. Avido di interpretare un ruolo storico, e di rifare la spedizione dei Mille, lo scrittore accettò e, nella notte fra l’11 e il 12 settembre 1919 il piano predisposto nel silenzio e nel fervore viene attuato: lasciò Ronchi per Fiume alla testa dei Granatieri di Sardegna ai quali, lungo la strada, si aggiunsero truppe isolate. Fece il suo ingresso trionfale nel porto dell’Adriatico al suono delle campane, della popolazione in festa e prese possesso della città in nome del regno d’Italia dopo aver pronunciato un discorso infiammato dal balcone del Palazzo del governo e aver esposto il vessillo di Randaccio. Il colpo di mano di D’Annunziò provocò grande entusiasmo presso tutti coloro che, col ritorno alla pace, erano stati privati dell’atmosfera eroica della guerra: arditi avidi di colpi di mano, militari di tutte le armi che accorsero col loro aiuto spontaneo al “Comandante”. Questi disponeva alla fine di un piccolo esercito di 20000 uomini, di una flotta – la “Dante Alighieri” e la “Emanuele Filiberto” ancorate nel porto erano passate alla sedizione – e anche di una forza aerea. Vi si diedero appuntamento tutti coloro che la pace aveva deluso: ufficiali decorati, talvolta insultati e spogliati delle loro uniformi per le strade delle grandi città operaie, multati come lo stesso D’Annunzio che aveva perso un occhio in guerra, soldati delle truppe d’assalto (arditi, “caimani del Piave”), giovani smobilitati che si scontravano con le difficoltà della riconversione alla vita civile. Alimentata da “corsari” che distoglievano a suo favore armi, denaro e forniture alimentari, D’Annunzio disponeva di un altro sostegno prezioso, quello sindacale della Federazione gente di mare, di tendenza anarchica, il cui segretario, il capitano Giulietti, divenne l’aiutante del comandante e gli portò, nell’ottobre 1919, la nave “Persia” carica d’armi destinate alle armate bianche nella guerra civile in atto in Russia. Questo rafforzamento della ribellione fiumana fu reso possibile dall’atteggiamento ambiguo dei Nitti che, dopo aver minacciato i disertori di Fiume, si accontentò di organizzare il blocco della città e persine al generale Badoglio di concludere un accordo con D’Annunzio, il 18 settembre. Il comandante si impegnava, in cambio di una promessa di sostegno da parte della Croce Rossa, a non estendere la sua autorità al di là di Fiume, il che gli toglieva ogni possibilità di successo. Il 20 settembre, D’Annunzio proclamò la zona ribelle capitale della “reggenza del Quarnaro” e si attribuì pieni poteri, secondo i quali tutti gli atti del Consiglio nazionale dovevano essere sottoposti alla sua approvazione. Il 16 ottobre poi, prendendo a pretesto il blocco esercitato sulla città D’Annunzio la dichiarò “piazzaforte in guerra” e la sottopose al codice militare che prescriva la pena di morte per chiunque professasse sentimenti ostili alla causa fiumana. Tutti questi eventi si svolgevano in un’atmosfera di esaltazione nazionalistica che preannunciava il fascismo. Quali erano le reazioni dell’opinione pubblica? Alcune erano viscerali e, se non erano le più importanti dal punto di vista della coscienza politica, non mancavano di interessare per il futuro regime. Erano le reazioni delle folle che applaudivano spontaneamente al colpo di mano di D’Annunzio perché cancellava l’umiliazione subita alla conferenza di pace, sollecitava l’anarchismo latente della masse e rievocava i ricordi dell’epopea garibaldina. In larga misura, questo era anche l’atteggiamento degli ex combattenti. La sola condanna netta e inequivocabile del gruppo dannunziano veniva dal PSI e dalla CGL: per una volta d’accordo la direzione politica massimalista, che si proponeva la rivoluzione e la direzione sindacale riformista che voleva solo influenzarlo, si univa per denunciare la sovversione nazionalistica. Ma tale condanna non si tradusse in gesti concreti, non portò a nessuna alleanza con la borghesia liberale. Nonostante gli impegni presi con Badoglio, D’Annunzio tentò in novembre di allargare la sua azione istallandosi a Zara in Dalmazia, senza incontrare grande opposizione da parte dell’ammiraglio Millo. Nel giugno 1920, Nitti lasciò il potere e toccò a Giolitti chiudere l’avventura fiumana dopo aver firmato con la Jugoslavia il trattato di Rapallo che prevedeva la costituzione di Fiume in Stato indipendente garantito dalla Società delle Nazioni. D’Annunzio attese invano un’insurrezione popolare in Italia, ma non poté impedire al generale Caviglia di assalire la città al fine del dicembre 1920. Dopo un pesantissimo bombardamento l’armistizio vene firmato il 31 e nella città, da cui i legionari cominciarono ad andarsene (affluendo nelle fila del movimento fascista), venne instaurato un governo provvisorio.

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