DAI VISCONTI AGLI SFORZA: IN ALT LA BISSA!!!


Con la “spada ed il Biscione” fondarono uno Stato


In quel periodo storico che va dalla fine dei comuni, alla nascita delle signorie/stato, l’Italia era frammentata in mille realtà, gelose tra loro, e sempre in guerra e i Visconti non faceviano eccezione.

Tradimenti e assassini furono praticati anche all’interno della stessa famiglia, padri contro figli, fratelli contro fratelli, tutti in lotta per il controllo del potere, ma sempre uniti quando la minaccia alla casata arrivava dall’esterno.

Tra la fine del Trecento e i primi anni del Quattrocento, il Ducato milanese di Gian Galeazzo, raggiunse la sua massima espansione territoriale. È il più grande e potente stato dell’Italia di allora, e per la prima volta numerose città e borghi sono aggregati sotto una sola signoria. Il dominio dei Visconti va dal Canton Ticino alle Marche, e si spinge fin sotto le mura di Firenze.

L’ultima ondata di grandezza al ducato sarà portata da Ludovico il Moro, quarto figlio di Francesco Sforza e di Bianca Maria Visconti, poi il buio.



Mirabile Ascesa (1277 – 1354)



Uscito vincitore dallo scontro con i Torriani, l’arcivescovo Ottone Visconti fu proclamato signore di Milano. Nonostante i contrasti interni, dovuti alle rivendicazioni torriane e all’opposizione di una parte dell’aristocrazia lombarda, alle reazioni delle potenze vicine e allo scontro con il papato avignonese – dal 1322, scomuniche e processi per eresia furono l’arma usata dal pontefice per scalfire il potere dei Visconti in uno scontro che a fasi alterne si protrasse praticamente per un cinquantennio – la casata viscontea consolidò il proprio controllo su Milano ampliando la propria influenza fino a costruire con Azzone (1329-1339) un grande dominio a dimensione regionale.

I sommovimenti interni alla parentela viscontea, emersi chiaramente negli eventi che precedettero la battaglia di Parabiago (21 febbraio 1339), nonché l’opposizione interna di una parte della nobiltà milanese evidente durante la congiura dei Pusterla (1340), non impedirono la successione di Luchino (1339-1349) e Giovanni Visconti (1339-1354), zii di Azzone, alla signoria milanese. La sottomissione di Bologna (1350), sebbene effimera, segnò il culmine delle mire espansionistiche di Giovanni. Il matrimonio contemporaneo di Galeazzo con Bianca di Savoia e quello di Bernabò con Beatrice, detta Regina, della Scala garantirono la pacificazione apparente dell’Italia settentrionale; una pace ormai tutelata da un signore, Giovanni, che era a tutti gli effetti “tiranno de Lombardia”, in una declinazione del termine peculiare e accattivante, e al quale ubbidivano tutti li “caporali ghibellini” d’Italia.


H.B. Honor Bernabovis (1354-1385)



Dopo la morte di Giovanni Visconti, la successione a Galeazzo II (1354-1378) e Bernabò (1354-1385) avvenne senza traumi e la politica dei due Visconti, che si spartirono territorialmente la gestione del potere proseguì nel segno di un consolidamento dell’apparato burocratico di governo e del prestigio internazionale. In contrasto con le strategie matrimoniali delle tre generazioni precedenti, giocate tra l’aristocrazia lombarda e gli altri potentati dell’Italia centro-settentrionale, ora i Visconti, da veri signori d’Italia, puntarono a stringere alleanze su scala europea: il figlio di Galeazzo sposò infatti Isabella di Valois, figlia del re di Francia, mentre numerose furono i parentadi dei molti figli di Bernabò con principi tedeschi e inglesi.

Anche la successione di Gian Galeazzo (1378-1402) nella porzione dei domini paterni sembrò avvenire senza apparenti sussulti, ma la tensione tra nipote e zio nella gestione del potere si acuì e culminò con l’incarcerazione e morte di Bernabò nel 1385.


Verso il ducato (1385-1402)

Nel 1395, Gian Galeazzo Visconti ottenne l’investitura imperiale con titolo ducale su Milano e i territori soggetti sancendo definitivamente il potere acquisito dalla sua famiglia in oltre cent’anni di signoria. Nel contempo l’espansione dei domini viscontei raggiunse l’apice: furono stritolate le signorie del Nord-Est, mentre Bologna, Pisa e Siena si assoggettarono a Milano, e la stessa Firenze era in crisi davanti alla pressione dei Visconti.

Bestiari e viridari
Presso i castelli milanesi e pavesi i Visconti crearono un sistema di giardini, coordinati con le grandi riserve di caccia ducali per via d’acqua e di terra, che comprendevano peschiere, serragli, casini di delizia, boschetti e rilievi artificiali. Il parco milanese si estendeva a nord-ovest della città con un perimetro esterno di oltre 15 chilometri, ma il giardino vero e proprio era cintato solo per circa 5 chilometri tra il castello e la palazzina di Cassino con un muro di mattoni alto circa 2 metri e mezzo nel quale erano aperte otto porte. Oltre ad una fauna più tradizionale e locale, nel parco di Milano si aggiravano leopardi e altri esotici ospiti, animali per i quali era stata approntata un’apposita casa presso il castello.

Regalis Carthusia
Nel 1396, Gian Galeazzo Visconti fondò ai margini del parco di Pavia la chiesa dedicata alla Vergine e affidata all’ordine certosino. Il suo successore, Giovanni Maria, fondò con intento parallelo un altro centro certosino ai margini del parco milanese presso Garegnano. Nell’ottica del duca la Certosa di Pavia era destinata a diventare il solenne sepolcreto di casa Visconti. Il progetto di Gian Galeazzo che prevedeva la propria tomba eretta nel coro e quella delle consorti (Isabella di Valois e Caterina Visconti) nelle cappelle duple della chiesa rivela l’ambizione di questo megalomane piano per l’ultima dimora dei Visconti, che alternativa alle tradizionali tombe della milanese Sant’Eustorgio lasciate agli altri rami del casato rivelava un intento regale.


Disfare e rifare uno stato (1402-1447)

Dopo l’inaspettata morte del primo duca (3 settembre 1402), si assistette allo smembramento della compagine statale viscontea. La duchessa vedova, Caterina Visconti, figlia di Bernabò, e il giovane duca Giovanni Maria, trovarono opposizione interna per il riaprirsi delle tensioni tra fazioni sia nella capitale che nelle città soggette. Contro il ducato si schierarono nel contempo i Carraresi, i veneziani, i fiorentini e il pontefice.
Dopo la morte di Caterina (1404), signorie autonome si installarono nelle varie città già soggette ai Visconti, mentre il cuore del ducato era in balia dei condottieri che guidavano l’esercitò. L’assassinio del secondo duca, in San Gottardo in Corte, segnò il culmine delle tensioni e del disfacimento dei domini viscontei.
La successione del terzo duca, Filippo Maria fu favorita dal matrimonio del principe con la vedova del capitano Facino Cane. Iniziò un processo lento e complesso di recupero dei territori già sottoposti al dominio paterno, che raggiunse l’apice nel 1422. Lo scontro con Venezia, ormai grande rivale dell’espansione territoriale viscontea nell’Italia settentrionale si concluse con la perdita definitiva di Bergamo e Brescia, ma le mire su Genova e Bologna continuano ad alimentare la tensione internazionale.


Dai Visconti agli Sforza (1447-1466)

L’ultimo duca Visconti morì a Milano senza eredi maschi legittimi il 13 agosto 1447. Nella capitale lombarda il notabilato locale proclamò la Repubblica Ambrosiana mentre Francesco Sforza, già capitano visconteo, al quale il duca aveva concesso in sposa l’unica figlia illegittima, Bianca Maria, intraprese una campagna militare per la conquista dei territori già sotto il dominio del suocero.
Entro il marzo 1450, lo Sforza recuperò per conquista o dedizione gran parte del ducato visconteo. La politica di equilibrio interna ed estera di Francesco Sforza e Bianca Maria Visconti garantirono l’assestarsi del dominio sforzesco su Milano pur senza legittimazione imperiale.



“Non si curando offender questi e quelli” (1466-1476)

Il governo di Galeazzo Maria Sforza alterò la delicata stabilità milanese entrando in conflitto all’interno con l’aristocrazia del ducato e all’estero con gli antichi alleati. Il 26 dicembre 1476, la tensione esplose nella cospirazione di alcuni gentiluomini milanesi.
Il duca che si recava come da tradizione a sentire messa nella chiesa di Santo Stefano, e non aveva voluto indossare la corazzina che rovinava l’eleganza del proprio abbigliamento, fu raggiunto dai pugnali di tre nobili congiurati e assassinato.



Ludovico il Moro: dalla tutela al serto ducale (1477-1499)




Dopo l’assassinio del quinto duca, la tutela del nuovo giovane principe, Gian Galeazzo Sforza, fu assunta prima dalla madre, Bona di Savoia, guidata dall’anziano ed esperto primo segretario Cicco Simonetta. I fratelli del defunto duca rivendicarono presto un ruolo nel governo. Ludovico Maria Sforza riuscì a sgominare i rivali, a fare incarcerare Cicco e a estromettere Bona dalla reggenza, il Moro creò un governo ombra che diventò sempre più invasivo dopo il 1489, quando a seguito dell’ennesima congiura si sbarazzò degli antichi collaboratori e del sostegno del partito ghibellino.
L’ascesa di Ludovico culminò, all’indomani della “provvidenziale” morte del nipote, con l’incoronazione (26 maggio 1495) accompagnata dall’agognata investitura imperiale del ducato, ottenuta con un complesso gioco diplomatico entro il quale era incluso il matrimonio di Bianca Maria Sforza con l’imperatore Massimiliano I e l’esborso di un corrispettivo che lasciò esauste le casse sforzesche.
Nel 1498, Luigi d’Orleans, nipote ed erede di Valentina Visconti diventò re di Francia rivendicando i propri diritti sul ducato di Milano come discendente legittimo del primo duca; mentre la dissennata politica fiscale dei favoriti del Moro scontentò definitivamente i milanesi. Alleato con i veneziani e con il tacito assenso degli altri stati Italiani, Luigi XII invase il ducato rivendicando i propri diritti di successione e Ludovico fuggì a Innsbruck presso la corte imperiale.


EPILOGO: “torna alle Gratie

Dopo solo pochi mesi di dominazione francese i milanesi rimpiansero il governo del Moro. Tra le corti italiane e i palazzi lombardi, mentre Ludovico tentava la strada di appoggi internazionali, girò il sonetto di Antonio Cammelli che giocando tra la dedicazione alla Vergine (Notre-Dame) della chiesa di Santa Maria delle Grazie e la presenza nel tempio della tomba della duchessa Beatrice d’Este invitava il duca a rientrare in città:
Ritorna, Ludovico, se tu puoi:

ciascun qua ti desia, ciascun ti chiama,

torna acquistar l’honore e la tua fama,

torna hor che ‘l vitio suol regnar nel roi.

Deh, torna a riveder li servi tuoi,

torna all’alma città che ti richiama,

torna alle Gratie a riveder la Dama,

e spera in lei, che in lei ben sperar puoi!

FONTE: grandimostre.it

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