Quel “fratelli in camicia nera” del 1936

di Luigi Ciancio

Quel “fratelli in camicia nera” del 1936


 

È uno scontro che va avanti dal 1919. Uno scontro/confronto che resiste anche in momenti di profonda crisi ideologica e di valori. Come una fenice ideale rinasce dalle sue ceneri ad ogni appuntamento. 2 giugno, 25 aprile, Resistenza, Foibe.

Fascismo e comunismo. Ancora e sempre. Per moltissimi terminologie superate dalla storia, per pochi intimi no. Accuse di tradimento, falsità e quant’altro. Negli anni di piombo, tra i due litiganti, ha goduto il terzo.

I governi DC hanno potuto contare anche e soprattutto sulla strategia della tensione; infatti la guerra civile che si consumò tra gli anni settanta e ottanta ha fatto sì che il popolo italiano si rifugiasse nel ventre della “balena bianca”, che prometteva sicurezza e repressione.

Negli anni in cui professare una delle due idee significava quasi automaticamente agire per essa, sono stati molti i cattivi maestri che dal caldo di una poltrona hanno mandato al martirio giovani ragazzi, ragazzi che hanno visto le loro vite spezzarsi su un selciato a colpi di “Hazet 36”, spranghe e rivoltelle.
Troppo presto. Mentre molti di quei cattivi maestri, a guerra finita, rinnegarono onore e ideali in cambio di qualche direzione di giornale o TG.

Ci si è dimenticati troppe volte che, nonostante ormai il solco sembri incolmabile, i due schieramenti derivino da un’unica matrice. Il socialismo.
È dal partito socialista che un giovane Mussolini si allontanò per il suo interventismo, socialismo che mai rinnegò e di cui intrise il “manifesto dei fasci di combattimento” e poi la Repubblica Sociale Italiana. Così come il comunismo italiano nasce dalla famosa scissione dal Partito Socialista.

Il socialismo, dunque, è la madre comune di due fratelli ormai apparentemente agli antipodi, ma che della madre conservano quel senso di giustizia sociale, di rivoluzione anti-imperialista e molto altro.
Ed è proprio in nome della “madre” comune che il 1936 ci regalò un episodio storico e quasi dimenticato, un imprevedibile appello all’unità. Un’unione basata sul senso comune di giustizia, sulle affinità tra il marxismo-leninismo ed il manifesto di San Sepolcro datato 1919.

Un tentativo di “aggregazione” che sa quasi di resa. Visto che in quegli anni il Fascismo macinava successi e consensi, fresco di vittoria in Etiopia. Un appello che, nel dopoguerra venne spesso negato e smentito dal PCI, ma che rimane comunque a testimonianza di chi vuole credere, quasi romanticamente o ingenuamente che gli opposti, comunque, si attraggono.

Nell’appello firmato da sessanta dirigenti del Partito Comunista, spicca un nome eccellente su tutti, quello di Palmiro Togliatti.

La speranza di quei membri dell’allora PCdI era quello di ritrovarsi in un movimento unitario, anticapitalista e “quartostatista”, la stessa speranza che, a fascismo caduto, portò molti “camerati” a fondare il Mosi, un sindacato che oggi molti chiamerebbero “rossobruno” e che si ispirava alle corporazioni, ma che tentò addirittura l’annessione alla CGIL e arrivò a trattare con Di Vittorio in persona, un Di Vittorio che aveva visto molti compagni abbandonare la bandiera rossa per la camicia nera, in nome di un socialismo tradito a sinistra e che molti avevano ritrovato marciando su Roma.

Uno su tutti: Nicolino Bombacci. Di sicuro, i casi del Mosi e del 1936 sono i più significativi, ma di certo non gli unici. Giancarlo Pajetta nel 1945 , in nome di una riappacificazione sociale, scrisse sulle colonne de “L’Unità” che “è necessario recuperare in nome del socialismo i molti giovani disorientati che scelsero la Repubblica sociale”.

 

Pietro Ingrao tentò un ingenuo “scordiamoci il passato”, invitando i tesserati del PCI a guardare più che al passato degli ex fascisti a quello che potevano essere in futuro, ricevendo critiche e attacchi. Gramsci, a chi parlava di “reazione capitalista” del fascismo, anteponeva spesso e volentieri le ragioni sociali che il fascismo rappresentava.
Ritornando all’appello del 1936, molti appartenenti al partito comunista erano riusciti ad intuire che il fascismo non era solo reazione, non solo ed esclusivamente un “braccio armato della borghesia”, come molti a sinistra allora ed ancora oggi vogliono etichettarlo, ma un tessuto variegato socialmente ed intellettualmente.
Una “famiglia” in cui riuscivano a convivere socialisti, monarchici, futuristi, cattolici e anarchici. L’appello, che segue, ai fascisti di “sinistra”, per quanto dettato anche dalla paura di scomparire di molti comunisti, testimonia anche e soprattutto la lungimiranza di Togliatti quanto di Gramsci ed anche del padre della CGIL, Di Vittorio.
Infatti essi non si erano fermati alla superficie del movimento fascista prima e del PNF dopo, come molti ancora fanno, stereotipandolo come senza anima e cultura. Ma erano riusciti ad individuare un anima sociale e socialista che si ripresentò puntualmente con la fondazione della Repubblica di “Salò”.
Ecco alcuni passi dell’appello ai “fratelli in camicia nera” del 1936:
“…La causa dei nostri mali e delle nostre miserie è nel fatto che l’Italia è dominata da un pugno di grandi capitalisti, parassiti del lavoro della Nazione, i quali non indietreggiano di fronte all’affamamento del popolo, pur di assicurarsi sempre più alti guadagni, e spingono il paese alla guerra, per estendere il campo delle loro speculazioni ed aumentare i loro profitti.

Questo pugno di grandi capitalisti parassiti hanno fatto affari d’oro con la guerra abissina; ma adesso cacciano gli operai dalle fabbriche, vogliono far pagare al popolo italiano le spese della guerra e della colonizzazione, e minacciano di trascinarci in una guerra più grande.

Solo la unione fraterna del popolo italiano, raggiunta attraverso alla riconciliazione tra fascisti e non fascisti, potrà abbattere la potenza dei pescicani nel nostro paese e potrà strappare le promesse che per molti anni sono state fatte alle masse popolari e che non sono state mantenute. (…)
I comunisti fanno proprio il programma fascista del 1919, che è un programma di pace, di libertà, di difesa degli interessi dei lavoratori […]

FASCISTI DELLA VECCHIA GUARDIA! GIOVANI FASCISTI! Noi proclamiamo che siamo disposti a combattere assieme a voi.

LAVORATORE FASCISTA, noi ti diamo la mano perché con te vogliamo costruire l’Italia del lavoro e della pace, e ti diamo la mano perché noi siamo, come te, figli del popolo, siamo tuoi fratelli, abbiamo gli stessi interessi e gli stessi nemici, ti diamo la mano perché l’ora che viviamo è grave, e se non ci uniamo subito saremo trascinati tutti nella rovina […] ti diamo una mano perché vogliamo farla finita con la fame e con l’oppressione.

È l’ora di prendere il manganello contro i capitalisti che ci hanno divisi, perché ci restituiscano quanto ci hanno tolto.”

*origianriamente pubblicato su AZIONE CULTURALE  

Link:

http://www.azioneculturale.eu/2016/05/quel-fratelli-in-camicia-nera-del-1936/

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