UN PROBLEMA IDENTITARIO PRIMA ANCORA CHE ECONOMICO 

IL FATTORE RIPRESA UN PROBLEMA IDENTITARIO PRIMA ANCORA CHE ECONOMICO 

DANTE: L’OCCASIONE IGNORATA

G.L. Ugo

Sull’onda di un cauto ottimismo che pervade la grande informazione ai primi segnali di controtendenza rispetto all’andamento della crisi economica, sembra sfuggire ai più che quella italiana non è in realtà una crisi meramente economica, ma rientra in un più ampio fenomeno di decadenza identitaria, quand’anche vista come un segno di modernità in nome di un imperante dogmatismo globalitario. Ne è sintomo pregnante quanto avviene sul versante della lingua, costantemente mistrattata a favore di un’azione maniacale a favore dell’inglese: azione che pervade l’intero vivere quotidiano degli Italiani, dalla scuola all’università, passando per la televisione, in cui persino la pubblicità di prodotti agroalimentari simbolo dell’italianità si accompagna quasi ineluttabilmente ad un sottofondo musicale nella lingua di Wall Street.

  In alcuni corsi di laurea si assiste alla completa sostituzione dell’italiano con l’inglese o l’affrancamento dalle tasse universitarie in favore della seconda, in caso di possibile opzione tra le due lingue, motivando il quanto con la crescente partecipazione di corsisti stranieri, non ritenendo per essi essenziale l’apprendimento dell’italiano all’interno del programma di corso, in evidente contrasto con quel processo di integrazione voluto invece, giustamente, per i lavoratori immigrati. Vedasi per tutti il caso del Politecnico di Torino di qualche anno fa, il cui rettore dell’epoca, Profumo, anziché una patria ramanzina, si era visto attribuire la poltrona di Ministro dell’Istruzione nel governo Monti, facendo temere per l’identità futura della nostra scuola e delle nostre università, sempre più minacciate da un’internazionalizzazione che altro non è che un’anglofonizzazione graduale a senso unico che impoverisce progressivamente l’intera realtà culturale del nostro Paese.

  Altro esempio inquietante è quanto accade in ALITALIA, in seno alla quale, prima ancora del suo nuovo attuale riassetto societario, si decise che le comunicazioni tra l’equipaggio devono essere rigorosamente in lingua inglese.Questo, si disse, prevedeva la nuova procedura di bordo, cosicché “Assistenti di volo prepararsi al decollo” è divenuto «Cabin crew prepare for take off», «Assistenti di volo prepararsi all’atterraggio» è diventato “Cabin crew prepare for landing”, «Assistenti di volo armare gli scivoli» è stato sostituito da «Cabin crew arm slides and cross check» e ovviamente «Imbarco completato» ha lasciato il posto a «Boarding completed». Da quanto si apprende, quanto sopra varrebbe anche per le procedure di emergenza che, da quando fu fondata la compagnia di bandiera italiana sono sempre state impartite in italiano. Certo è che fregiarsi del Tricolore e parlare a stelle e striscie o simili, per di più tra persone normalmente parlanti italiano, ci sembra non solo un’offesa alla cultura ed all’identità d’Italia, bensì anche un segno di rampante, basso provincialismo, verso il quale non si può che esprimere l’indignazione di tutti coloro che hanno a cuore il destino della nostra lingua.

  Sul versante istituzionale sono risultate sinora vane le istanze perché la lingua di Dante venga tutelata in sede stessa di dettato costituzionale quale lingua ufficiale della Repubblica.

  La ricorrenza nel 2015 del 750º anniversario della nascita di Dante Alighieri, che avrebbe dovuto costituire un momento programmatico e di riflessione importantissimo sul futuro della lingua e dell’identità italiane è passata quasi del tutto sotto silenzio. La Società Dante Alighieri, deputata in primis a custode dei valori linguistico-identitarî italici, dorme sugli allori di un perdente accademismo, incurante della necessità di ampliare la propria stessa attività sul piano geopolitico, facendo leva, per esempio, sulle decine di milioni di oriundi italiani in giro per il mondo, molti dei quali in posizioni di assoluto prestigio.

  Quanto infine allo studio delle lingue straniere nelle scuole italiane, esso non deve limitarsi a perseguire l’utilità di una lingua di comunicazione spicciola, ruolo attualmente svolto dall’inglese, o, meglio, da certo inglese, ma deve tener conto della funzione formativa delle grandi lingue di cultura a partire da quelle europee, non dimenticando quelle classiche, né escludendo a priori l’eventualità di un quadro internazionale futuro meno favorevole all’egemonia linguistica anglosassone, il che rende quindi auspicabile una revisione del sistema scolastico italiano in direzione di quell’identità umanistica e classica che è, da sempre, alla base del pensiero logico forgiatore della migliore formazione scientifica e tecnica del nostro Paese.

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