LE FALSIFICAZIONI STORICHE SULLA MARCIA SU BELLINZONA DEL ’34

di Maria Cipriano e Luciano Milan Danti 
 
Se i militari Ticinesi dicevano d’aver radunato in piazza tremila giovani che, in piedi sull’attenti, avevano attestato la propria fedeltà alla Svizzera, non tanti di meno ne stavano radunando i fascisti nel gennaio 1934, pur bersagliati dalle autorità di governo e dagli antifascisti ormai divenuti una forza influente su cui Berna poteva fiduciosamente contare per arginare il proliferare del Fascismo in Ticino e la conseguente volontà di annetterlo all’Italia, quando organizzarono l’azione eclatante che doveva servire a lasciare il segno visibile a tutti: la “marcia” su Bellinzona, pacifica e disarmata, ma fortemente dimostrativa, con l’intento di occupare simbolicamente la sede del Governo cantonale dichiarando la volontà dell’annessione all’Italia.

A questo proposito bisogna sventare le contraffazioni storiche che di questo accadimento sono state fatte strumentalmente dagli antifascisti italiani e svizzeri, capitanati dall’agguerrito socialista ticinese Guglielmo Canevascini, il quale, dopo aver definito in un suo infiammato discorso i Fascisti ticinesi “quattro spiantati”, si era subito contraddetto parlando di un pericoloso proliferare dei medesimi in tutto il Cantone. Del resto già sulla rivista socialista “Libera stampa” del 29 maggio 1929 si poteva leggere chiaramente che “non si contano più le organizzazioni fasciste nel Cantone e le simpatie che mietono presso tutte le classi sociali”. 

La marcia su Bellinzona, dunque, dev’essere rivisitata partendo dall’inattendibilità storica delle fonti che l’hanno declassata, ridicolizzandola a un’iniziativa di sessanta persone giunte a Bellinzona dove ad attenderle c’erano, invece, duemila antifascisti. Che ci fossero duemila antifascisti è da provare: che ci fossero sessanta fascisti è assai improbabile, dal momento che lo scontro, cercato e voluto dagli antifascisti urlanti, scatenò una megarissa davanti al palazzo del Governo, il che significa che le due forze contendenti erano più o meno alla pari. Ma ciò che più conta è il retroscena della vicenda, raccontato nel libro di Paolo Poma “Morcote e i miei ricordi”, dove l’autore, che all’epoca era un ragazzino, descrive la violenta spedizione punitiva di cui fu testimone, attuata preventivamente dai socialisti con il beneplacito della Polizia, per far fallire la marcia, contro i Fascisti che già a centinaia si stavano radunando in piazza della Riforma a Lugano davanti al Caffè Argentino, sede storica del Fascio Ticinese, pronti a marciare alla volta di Bellinzona, capitale del Cantone. Nonostante la forte sproporzione numerica (i fascisti erano molti di più e disarmati), duecento socialisti riuscirono a prevalere, contando sul fattore sorpresa e la predeterminazione, dopo essersi impadroniti dei bastoni che reggevano i cartelli inneggianti all’Impero Romano e all’unione con Italia, bastoni coi quali diedero addosso ai capi fascisti locali, capitanati dall’ingegnere Nino Rezzonico, sfasciando completamente il “Caffè Argentino”, nell’indifferenza della Polizia, trasformando per ciò stesso il pacifico raduno appena cominciato in un fuggi fuggi generale. Si legge testualmente: “…il Caffè Argentino era un’unica rovina, con vetri e legnami sparpagliati ovunque e i tavolini letteralmente sfasciati…” Le prodezze antifasciste di cui l’autore mena vanto continuano del resto nello stesso libro quando narra di un battello entro cui si cantava “Faccetta nera” preso a lanci di cubetti di porfido da lui stesso con un amico, e del ritratto del Duce preso di mira da un lancio di calamaio in casa del nonno, divenuto pure lui fascista, in un Ticino dove, secondo lo stesso autore, il Fascismo aveva preso piede al punto che perfino alcuni di coloro che avevano fatto parte della spedizione punitiva, avevano poi cambiato idea.

In conclusione, sgombrato il campo dalla comoda teoria che fu il Fascismo ad attizzare i Ticinesi con propositi velleitari mentre questi non volevano saperne, attaccati anima e corpo alla Confederazione, fu piuttosto vero il contrario, come abbiamo cercato a più riprese di dimostrare, e cioè che fu l’Italia a non rivendicare ufficialmente la Svizzera italiana, perché ciò avrebbe compromesso le sue posizioni e relazioni internazionali, perlomeno fino a quando non fosse divenuta forte abbastanza da sfidare ogni prevedibile reazione. Fu pertanto quest’atteggiamento di forzata rinuncia da parte dell’Italia che mai s’impegnò veramente per riavere il Ticino e i Grigioni neanche durante il Ventennio, a lasciare i Ticinesi e i Grigionesi dov’erano, e affermare il contrario è storicamente insostenibile.

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