Il Ticino dal “1945 via”: ITALIANI DEGNI DI QUESTO NOME, meditate! 

di Maria Cipriano e Luciano Milan Danti 





Negli anni immediatamente successivi al ’45, la perdita pressoché completa di quei sentimenti irredentisti parallelamente all’emergere economico della Svizzera, fu l’inevitabile corollario all’analogo tracollo identitario subito dagli Italiani in Patria, i quali non potevano più costituire per le terre irredente nessun punto di riferimento. Anzi, il loro comportamento anti-patriottico e autolesionista accelerò grandemente il vanificarsi dei residui aneliti identitari ovunque essi fossero.

Fu così che la fiamma dell’Italianità in Ticino si spense, anzi si trasformò in antipatia e ripulsa anti-italiana, e a tutt’oggi risulta desolatamente morta (o quasi… molto quasi). 
Ciò non può non destare in ogni italiano degno di questo nome un rimpianto e una riflessione amara su ciò che, attualmente, non è nient’altro che uno splendido ricordo che solo un miracolo potrebbe risuscitare. Nel 2012, al Palazzo dei Congressi di Lugano si è svolta una tavola rotonda organizzata dall’Unione scrittori ticinesi, sul tema “che ne è della nostra italianità?”, ma sempre sul filo del perenne equivoco e del forzato equilibrismo acrobatico, secondo me, che si possa essere italiani senza esserlo, facendo parte di un’altra nazione, il che è una contraddizione in termini.

La scelta di vivere nella Confederazione elvetica godendone i vantaggi, la proverbiale “pace”, l’ordine, il silenzio, un vita senza scosse e senza turbamenti di contro alla vulcanica esistenza dell’Italia, è l’epilogo finale di una travagliata storia che affonda le sue radici nel drammatico appello del Machiavelli a salvare il Ticino: epilogo che, attraverso le vicende occorse nello spazio di cinque secoli, rende inevitabilmente i Ticinesi di oggi dei semplici “italofoni” avulsi dall’italianità, staccati dall’antica madrepatria, tagliati fuori dalla Romanità e dai voti dei loro antenati, in un triste melanconico tramonto della loro primaria identità. Il contrario di ciò che auspicava Gabriele D’Annunzio quando, nel 1920, rivolse ad essi, da Fiume, questo ardente proclama:

“Giovani Ticinesi!

Il nostro incontro sul Campidoglio, in una grande ora di promissione, non fu invano. Ecco che Adolfo Carmine, uno tra i più animosi e tra i più costanti sostenitori della vostra e nostra causa nazionale, mi reca la vostra parola di fede e mi dona il vostro segno: il Guidone bipartito rosso e azzurro del Ticino. Ho fissato il guidone a una lancia di cavaliere e i legionari lo porteranno alla testa delle compagnie con gli altri vessilli. Il mio pensiero è con voi e con la vostra Terra: “FISO ASPETTANDO PUR CHE L’ALBA NASCA”. Le più belle Albe non sono ancora nate.

Prope est!

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