Il Ticino degli anni ’20/’30, parliamo un po’ della verità e non delle falsificazioni storiche “elvetoidi”…

di Maria Cipriano e Luciano Milan Danti 

Il filo d’unione del Ticino con l’Italia continuò fortissimo anche dopo la Grande Guerra, senza che nessuno fosse in grado di spezzarlo, e dietro ad esso trapelavano nuovi propositi di aspettare l’occasione propizia, che dopo la Grande Guerra si presentò dapprima con l’impresa Dannunziana di Fiume che ebbe echi mondiali, poi con l’avvento del Fascismo che fece diventare l’Italia una potenza. I Giovani Ticinesi riuniti in un’Associazione (che in realtà era una sorta di società segreta) che guardava con speranza e fervore a D’Annunzio e poi alla nuova Italia Fascista risorta sui colli fatali di Roma, polemizzando per la blanda consistenza e lo scarso mordente delle proteste dei connazionali contro le angherie di Berna, riaprirono la ferita, riportando alla ribalta con maggior vigore la “questione Ticinese”. Anche in questo caso gli storici soprattutto elvetici parlano di sentimenti teorici e minoritari a cui la maggioranza della popolazione non dava nessun peso, ma è un pò difficile crederlo, anche perché gli austriaci dicevano la stessa cosa verso l’irredentismo italiano. Al contrario, tutte queste iniziative facevano molto rumore anche fuori dal Ticino, preoccupando costantemente le autorità svizzere. La fiamma di quei giovani non era sorta dal nulla, e il fatto che si fosse riaccesa nel clima di rassegnazione seguito alla vampata della Grande Guerra, sfidando il “reato di irredentismo” introdotto nel Codice Penale elvetico, con le gravi conseguenze che ne derivavano (licenziamento, carcerazione, espulsione), era assai significativo. Di più, essi avanzavano precise rivendicazioni le quali, pur non contemplando l’annessione del Ticino all’Italia per “non creare noie alla medesima”, di fatto servivano ad avvicinarlo sempre più a questa. Il merito dei Giovani Ticinesi fu perciò quello di denunciare le scomode verità che dovevano servire a riscuotere i conterranei dal torpore e dal timore in cui erano piombati dopo la conclusione della Grande Guerra senza che in nulla fosse mutata la loro condizione, che anzi era peggiorata per la crescente invadenza dell’elemento svizzero tedesco calante da nord. Vale la pena citare riassuntivamente alcuni illuminanti richiami e significative invettive contenute nel libro “La questione Ticinese”, stampato a Fiume nel 1923 per sfuggire alle intercettazioni della Polizia svizzera, e poi fatto sparire in tutta fretta dalle autorità elvetiche:

“Nel 1794 i Ticinesi avrebbero dovuto massacrare e impiccare ai lampioni delle strade i langfoti (i signori svizzeri) invece di limitarsi a chiedere i diritti dopo tre secoli di servaggio. L’occasione di riunirsi all’Italia è andata purtroppo persa allora, e nei libri di scuola oggi troviamo scritte un sacco di stupidaggini, come quelle sul non mai esistito Guglielmo Tell che tutti dovremmo venerare. Fin da bambini non ci viene insegnato nulla dell’Italia e delle sue glorie, al contrario è suonata la grancassa su quelle svizzere e sugli svizzeri nostri fratelli e gran guerrieri. Come no! Guerrieri che furono sonoramente sconfitti e dovettero darsela a gambe da tutta la Lombardia. Fratelli che, dopo Napoleone, volevano farci ritornare schiavi nel baliaggio. E noi non dimentichiamo le stragi e violenze che subimmo nel corso di tre secoli! Ognuno, poi, può vedere da sé com’è ridotto il Ticino in confronto alla Lombardia: la differenza con il Regno d’Italia. I lombardi vengono forse a studiare da noi o non è piuttosto il contrario? Il nostro Ticino è povero e piagato dall’emigrazione. Guardate: il Comasco è tutta una plaga fiorente. Il Canton Ticino, che è la naturale continuazione immediata del Comasco, dovrebbe del pari essere fiorente. Al contrario è desolato. Vuol dire che se fosse entro i confini italiani sarebbe florido quanto il Comasco. ” A questo proposito, venivano messe in luce le differenze fra l’emigrazione italiana e quella Ticinese, che lasciava dietro a sé il vuoto, al contrario di quella italiana, dovuta a un sovrannumero di braccia e all’aumento del 30% della popolazione dopo l’Unità, e in cui quasi tutti gli emigrati puntavano a ritornare in Patria non appena raggranellato un gruzzolo. Le analisi dei Giovani Ticinesi erano lucide e precise quanto impietose e a volte anche troppo severe nei confronti dei connazionali accusati di passività, ignoranza, e addirittura di non aver mai mosso un dito per l’Italia. Circa l’accusa d’ignoranza, si legge testualmente che: “i Ticinesi sono volutamente tenuti all’oscuro fin dai primi anni di vita di tutto ciò che è italiano, delle glorie e dei passaggi della storia dell’arte, della cultura e della civiltà italiana.” E ancora: “La Svizzera non può essere assolutamente per noi una Patria di sentimento senza mentire a noi stessi, senza rinnegarci nel sangue e nell’anima. Un primo disagio nasce subito arrivando nelle nostre cittadine, ove s’incontrano nomi vuoti, scritte banali: via della stazione, piazza della posta, piazza del sole, piazza giardino, viale dell’officina…e ci si stringe il cuore a pensare ai bei nomi gloriosi delle piazze e delle vie d’Italia che sono uno squillo di entusiasmo, una pagina di eroismo, di poesia e di bellezza.” E ancora: “Di fronte alla decadenza elvetica, noi assistiamo alla mirabile ascesa italiana. Sessantadue anni fa l’Italia si leva, vince il formidabile impero asburgico, si unifica. Dieci anni dopo, cinquantadue anni fa, rovescia il bimillenario potere temporale e conquista Roma, sua capitale. Vent’anni dopo, conquista la sua prima colonia. Dopo altri vent’anni, dodici anni fa, la sua seconda colonia, togliendola alla Turchia contro il volere di tutta Europa. Solo quattro anni dopo, nel 1915, si getta nella più grande e terribile guerra della Storia, e la vince. Una delle maggiori potenze del mondo, l’Impero austro-ungarico, per averle voluto sbarrare il cammino, è disfatto, distrutto, cancellato dalla faccia dell’Europa. Ieri, quando sembrava prostrata dinanzi alle teorie sovvertitrici, ecco che si leva di nuovo e vince. Ognuno di questi avvenimenti sembrava follemente imprevedibile il giorno prima che si compisse, mentre già si compiva. Altri se ne compiranno domani che oggi ancora sembrano follemente imprevedibili.”

Con tali manifeste premesse, l’avvento del Fascismo inevitabilmente suscitò un’intensa fiammata patriottica in Ticino, di cui fu elemento di punta il noto giornalista Aurelio Garobbio, nativo di Mendrisio (“il mio vecchio borgo lombardo”, come lo chiamava lui), già collaboratore della rivista l’“Adula” assieme a Teresa Bontempi e Rosa Colombi, quest’ultima figlia di quell’Emilio Colombi costretto a rifugiarsi a Milano perchè accusato di spionaggio a favore del Regno d’Italia durante la Grande Guerra. Sorvegliato assiduamente dalla Polizia, Garobbio fu arrestato e incarcerato dalle autorità elvetiche per il suo appassionato irredentismo, e liberato solo dietro interessamento di Galeazzo Ciano. Riparò in Italia dove continuò fino all’ultimo la sua instancabile opera per l’annessione non solo della Svizzera italiana, ma anche del Vallese (il Cantone a est del Ticino) e di tutto il Cantone dei Grigioni (a ovest del Ticino). Le sue attestazioni in proposito sono assai chiare in una lettera indirizzata al senatore Ettore Tolomei, illustre paladino dell’italianità Tridentina: “Si tratta di rivendicare terre che fecero parte dell’Italia Romana. Terre nostre, città nostre, gente del nostro sangue”. Del resto i contatti fra l’irredentismo ticinese e trentino c’erano sempre stati, e la stessa vedova di Cesare Battisti, nel suo libro “Con Cesare Battisti attraverso l’Italia”, accenna, elencando alcuni nomi, agli svizzeri italiani che, assieme ai trentini, passavano il confine per fornire informazioni al Governo italiano alla vigilia della Grande Guerra. L’allarme del governo elvetico s’intensificò con la pubblicazione a sorpresa a Varese, nel 1931, dell’Almanacco della Svizzera italiana, una vera e propria sfida lanciata dall’irredentismo ticinese, ove ogni pagina era un’esaltazione dell’Italia e una “bestemmia contro la Svizzera”, ove campeggiava in prima pagina la fotografia di Cesare Battisti, la copertina rappresentava la croce lombarda, e le ben 267 pagine pullulavano di frasi fin troppo esplicite traboccanti di Italico patriottismo, declinato al passato (con riferimenti devoti ai Duchi di Milano Visconti e Sforza), al presente (con espressioni di rabbia nei confronti della linea di confine) e al futuro (con la speranza della riunione alla vera Patria). Il fatto che una parte degli estensori degli articoli fosse anonima, fece nascere il timore che la “cordata” irredentista potesse aver intaccato perfino l’inattaccabile sfera dei pubblici funzionari e dei politici, sempre fedeli a Berna, alcuni dei quali simpatizzavano per il Fascismo.

In tutto questo, però, da parte Fascista, contrariamente a quel che si continua a propalare, non ci fu tanto di più di un normale interessamento, focalizzato principalmente attorno alla figura di Attilio Tamaro, capo della Regia Legazione a Berna, il quale tenne fino all’ultimo i contatti con gli irredentisti Ticinesi, cercando rianimarli anche quando la piega presa dalla guerra a svantaggio dell’Italia, unita alla ripulsa della Germania nazista e delle persecuzioni antiebraiche, abbatté fortemente gli animi spalancando definitivamente le porte alle forze antifasciste legate a sempre più attive enclavi di spionaggio angloamericano nonché all’organizzatissima centrale antifascista di Ginevra, attiva fin dagli anni venti, a sua volta legata alla Società delle nazioni. Le solite questioni di politica internazionale avevano dissuaso il Duce dall’intraprendere iniziative troppo dirette, sia per non guastare i rapporti commerciali con la Svizzera che inizialmente aveva mostrato simpatia verso il Fascismo e tornava utile per i prestiti finanziari che concedeva, sia perché un eventuale smembramento della Confederazione elvetica avrebbe favorito la Germania di Hitler che avrebbe inglobato la gran parte della Svizzera, di lingua tedesca, la qual cosa il Duce vedeva come uno spauracchio, dimodoché la questione Ticinese fu rimandata a tempi più favorevoli, mirando a estendere il confine italiano fino alla catena mediana delle Alpi, in modo da far da contrappeso alla Germania. Come si sa, quest’annessione come le altre non si perfezionò mai perché l’Italia si trovò immersa in una guerra molto difficile e infine dovette soccombere alla sconfitta. Fu unicamente questa la ragione del fallimento, che si profilò con il profilarsi degli insuccessi militari. Né la proibizione della camicia nera e l’energico “giro di vite” attuato dal Governo Elvetico negli anni trenta contro gli Irredentisti Ticinesi avrebbe mai potuto scongiurare, in caso di Vittoria, l’inevitabile epilogo dell’annessione all’Italia.

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