I TICINESI VOLEVANO SOLO LA SVIZZERA? NO! ASSOLUTAMENTE NO! 

di Maria Cipriano e Luciano Milan Danti 

I Ticinesi  volevano l’Italia! Di questo passato Ticinese ben poco si è scritto, e ancor meno se ne scrive oggi. 

Sulla scia del politicamente corretto che si ferma in superficie, vi capiterà di leggere che, se un attaccamento all’Italia genericamente vi fu da parte di questa terra, si trattò solo di un afflato sentimentale, non certo di un desiderio politico di riunione alla madrepatria, riunione alla quale i Ticinesi rimasero sempre estranei, preferendo la Svizzera con la sua libertà, i suoi principi democratici, il suo benessere, la sua tranquillità. 

A parte il fatto che queste conquiste si realizzarono piuttosto tardi e la stessa formazione della “Confederazione elvetica” nella sua configurazione moderna (federazione o non confederazione) fu un processo alquanto laborioso, travagliato e tutt’altro che tranquillo, il rigore dello storico impone, di fronte all’assenza di prove certe e alla presenza di indizi contrari, di mantenere quantomeno sospeso il giudizio: conoscendo la brama di territori e l’avidità di bottino che permeò nei secoli le azioni degli “svizzeri”, la cui intenzione era di arrivare fino a Pavia anche se non arrivarono neanche a Sondrio, è lecito avanzare dei dubbi sull’assioma che mai i Ticinesi vollero tornare con l’Italia, per non lasciarsi fuorviare da letture della Storia frettolose che danno per scontate versioni di comodo le quali, specie negli ultimi 70 anni, hanno avuto agio di consolidarsi non solo in Ticino ma anche in Italia. 

La sconfitta nella seconda guerra mondiale, si sa, è stata il tragico spartiacque oltre il quale ha preso avvio un’Italia pervasa da sensi di colpa, e dunque sostanzialmente remissiva e rinunciataria, timorosa di avanzare qualsiasi pretesa, fosse pure un sacrosanto diritto, e certamente il Ticino (per esattezza l’Alto Ticino, altrimenti detto Canton Ticino, esteso circa il doppio della provincia di Milano) neanche lontanamente poteva rientrare fra questi diritti, e ancor meno la Svizzera italiana, comprendente anche i Grigioni italiani. 

Ma proprio perchè la Storia non è così facile da cancellare né da interpretare, pure nella penuria di documenti a disposizione, si possono invero tuttora ritrovare le tracce del forte legame che sempre unì il Ticino all’Italia ben più che con un afflato sentimentale: e la partecipazione dei Ticinesi al Risorgimento ne è la perfetta dimostrazione. Nè si trattò, come qualcuno erroneamente può pensare, di un generoso “diritto di asilo” concesso da Berna agli esuli italiani in omaggio a una democrazia ancora di là da venire, che, anzi, il Governo svizzero tentò di sbarazzarsi di questi scomodi ospiti in più di un’occasione, e, peggio ancora, tentò di impedire la partenza di colonne di Ticinesi armati in aiuto dei fratelli italiani, inviando a sua volta truppe al confine per sbarrare loro la strada.

Ma inutilmente. La complicità che univa Berna a Vienna, non riuscì a evitare che l’inquieto Cantone italiano fosse sbilanciato verso l’Italia a rischio di andare perduto, la cosa che Berna temeva più dell’ira di Radetzky. Fu per questo che non adottò misure draconiane, anche perchè i Ticinesi mostrarono di non temere né le minacce di Berna nè quelle di Vienna, e si organizzarono in gruppi armati con il Tricolore alla testa, incuranti di ogni pericolo, partecipando in prima persona alle patrie battaglie in cui molti di essi trovarono la morte, dimostrandosi sempre pronti a difendere gli esuli, nasconderli, rifocillarli, dando loro fraterna ospitalità. Del resto, per rendersi conto quanto estesa fosse la fama del Risorgimento Italiano e quanto il governo di Berna temesse di calcare la mano contro di esso, basti dire che la popolazione di Ginevra -città appartenente a un altro Cantone e dove pure si trovavano molti esuli italiani (e d’altre nazioni), perciò definita da Metternich “covo di serpenti”- si levò a difenderli contro le autorità elvetiche in occasione del fallito moto in Savoia del 1834, e alcuni soldati si rifiutarono addirittura di obbedire agli ordini di marciare contro di essi per disarmarli. Rispetto a Ginevra, il Ticino aggiungeva il suo identificarsi nella Patria italiana, il suo riconoscersi ardentemente in una causa comune.

La bellissima villa Ciani di Lugano, oggi adibita a Museo, circondata da giardini fioriti aperti al pubblico, con vista panoramica sul lago, fu acquistata e ristrutturata nel 1840 dai ricchi fratelli Ticinesi Filippo e Giacomo Ciani, benemeriti del Risorgimento e filantropi, i quali l’adibirono a punto d’incontro fra i patrioti italiani rifugiati in Svizzera e i Ticinesi ansiosi di partecipare alle azioni, molte delle quali architettate proprio su loro iniziativa. Per tutta la vita appassionatamente protesi all’Unità d’Italia e al riscatto di Roma eterna, i leggendari fratelli Ciani il cui padre, che aveva fatto fortuna a Milano, era stato uno dei patrocinatori della riunione del Ticino all’Italia, non a caso furono ritratti dal pittore patriota veneziano Francesco Hayez nelle vesti degli apostoli Giacomo e Filippo avvolti in una veste Tricolore.

Anche se gli storici elvetici negano orgogliosamente che il Risorgimento mise in pericolo la permanenza del Ticino entro la compagine svizzera, in verità la natura stessa del Risorgimento con le sue ben note rivendicazioni territoriali, fa emergere molti dubbi su questo assioma, e il fatto che il Ticino sia rimasto nella Confederazione non costituisce di per sé prova sufficiente.

“Semplicemente” si può affermare che, in poche parole, sul Ticino “ha vinto Berna”. E si sa: la storia la fanno i vincitori. 

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