Comunitarismo: una nuova strada sociale 

di Alain de Benoist (tradotto da Lorenzo Nicola Roselli)

In questo breve articolo pubblicato per la rivista spagnola “Elementos”, Alan de Benoist spende poche ma chiare parole sulla nozione filosofico-politica di Fascismo; delineando di tale portata ideale le ambizioni, i traguardi, ma anche i tanti limiti che ne hanno portato all’inevitabile tramonto.
De Benoist ci spiega in maniera inequivocabile come le grandi rivoluzioni anticapitaliste del ‘900 (il Comunismo, i Fascismi) siano, al netto di qualsiasi giudizio di merito, relegate ai contesti storici in cui sono sorte e crollate senza alcuna possibilità di “riesumazione”. 

La rivoluzione europea deve trovare una nuova strada per abbattere il mostro liberalcapitalista e quella strada si chiama Comunitarismo.

Qui di seguito, il testo.

“Innumerevoli sono state le definizioni di Fascismo proposte nella storia. La più semplice, però, rimane la migliore: il Fascismo è una prassi politica rivoluzionaria, caratterizzata dalla fusione di tre elementi sostanziali: un nazionalismo di tipo giacobino, un socialismo non democratico ed il richiamo autoritario alla mobilitazione delle masse.
Nella misura in cui lo si legge come ideologia, il Fascismo sorge come tentativo di orientare il Socialismo in una direzione ostile all’internazionalismo quanto al materialismo. In tal senso, pur indirizzandosi verso un elettorato “di destra”, il Fascismo ha avuto per lo più promotori “di sinistra”. Né il razzismo né tantomeno l’antisemitismo sono consustanziali al concetto fascista (Zeev Sternhell).
Nelle sue incarnazioni concrete è stato modellato dagli eventi storici degli inizi del XX secolo (Grande Guerra, Rivoluzione Sovietica), dallo stato generale dell’epoca (la modernizzazione della società globale) e dalla natura del suo elettorato (essenzialmente le classi medie, con qualche componente proletaria). L’esperienza delle Trincee assieme al disincanto per la tecnologia (come ha rilevato molto bene Jünger) ha segnato una fondamentale rottura con il passato. Durante la Grande Guerra, la società appariva divisa in due macro-gruppi: i combattenti e gli altri.
Ritornati dal Fronte, i primi sentivano di essersi guadagnati in qualche modo maggiori diritti rispetto a quelli che non avevano combattuto. I combattenti avevano creduto in una società dove le virtù della guerra (il coraggio, lo spirito di cameratismo e la mutua disponibilità permanente) avrebbero regnato anche in tempi di pace. La retorica patriottica, una volta sviluppata come fondamento della questione di classe, non poteva essere altro che un’ingannevole illusione.
Dopo la Grande Guerra si era vista, per la prima volta, la convergenza dell’esaltazione nazionalista e l’ abbattimento delle differenze sociali. Alla fin fine, è anche con la Prima Guerra Mondiale che lo spirito anti-democratico “cessò di cercare il suo principale supporto nel passato” {Georges Valois}. Una miscela esplosiva. La rivoluzione bolscevica, allo stesso tempo, aveva mostrato che il movimento rivoluzionario può effettivamente raggiungere il potere mobilitando le masse.

 Questo introduceva l’idea dell’Uomo Nuovo ed imponeva la dedizione politica quasi a un livello sacerdotale; un apostolato politico. Le forme prese dal Fascismo per contrastare la minaccia comunista avrebbero spesso assunto un aspetto mimetico: imitavano quelle dell’oppositore così tanto, che potevano effettivamente combatterle. {Ernst Nolte}

In un contesto politico in quel tempo tradizionalista, percepito come arcaico, il Fascismo fu a tutti gli effetti moderno: esso aveva incoraggiato e sostenuto lo sviluppo delle scienze e dell’industria, aveva favorito l’emergere di una specie di tecnocrazia (si trova un chiaro esempio di questa tendenza nelle tesi del sindacalista sansepolcrista Massimo Rocca, ndr), aveva contribuito alla razionalizzazione dell’economia e all’istituzione di un vero stato sociale in Italia.
Per la misura in cui esso aveva intravisto la soppressione delle classi sociali del XIX secolo, d’altra parte, aveva proposto una volontà di potenza che non poteva respingere qualsiasi strumento messo a disposizione dalla tecnologia e dalla scienza.
Come Adorno e Horkheimer hanno già osservato, all’alba del Secondo Conflitto Mondiale il Fascismo, il Comunismo ed il New Deal rappresentavano diverse visioni di una ricostruzione sociale dove lo Stato era chiamato a giocare un ruolo estremamente rilevante nella razionalizzazione dell’economia e nelle riconfigurazione dei rapporti sociali.
Il Fascismo era nato basandosi su un trittico di concetti moderni: Stato – Popolo – Nazione. Tutto il suo sforzo era diretto a rendere sinonimi questi tre termini, oggigiorno sono del tutto separati. Nato sotto il segno delle “Fasce”, prima di tutto ha voluto apparire come loro parte integrante. Ecco perché aveva raccolto, come in un fascio, tutte le classi sociali e le famiglie politiche, opposte in altre epoche, per creare l’unità reale della Nazione.
Il XX secolo è stato senza dubbio alcuno il secolo dei Fascismi e dei Comunismi. Il Fascismo è nato ed è morto con una guerra. Il Comunismo è nato in un’implosione politica e sociale ed è morto in un’implosione politica e sociale. Non avrebbe potuto essere il Fascismo, se non in una determinata fase del processo di modernizzazione e di industrializzazione (uno stadio che ormai appartiene al passato) almeno nei Paesi dell’Europa occidentale. Il tempo del Fascismo e del Comunismo è finito.
Nell’Europa Occidentale, tutto il “Fascismo” odierno non può essere nient’altro che una parodia. Stesso discorso si applica per il supposto “Anti-Fascismo”, il quale risponde al fantasma fascista con parole ancora più anacronistiche. Questo perché l’epoca dei Fascismi è morta in maniera così evidente da poterne parlare senza indignazione morale o nostalgia compiacente, come una delle pagine centrali della storia di un secolo che si è appena concluso.”

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