OCCUPAZIONE DEL SALIENTE TICINESE: QUANDO L’ITALIA VOLEVA ANNETTERE LA SVIZZERA ITALIANA 

OCCUPAZIONE DEL SALIENTE TICINESE: IL PIANO VERCELLINO.

di Pierfranco Mastalli


Ancora oggi non si fanno i conti con quel periodo storico e si tenta di rimuovere il recente passato, evitando di far conoscere o passando sotto silenzio, come ha fatto la stampa locale, questi episodi. 

Questo approfondimento vuole mettere in evidenza come la “grande storia” trovi riscontro e conferma in episodi locali che assumono importanza testimoniale se inseriti in un quadro complessivo.

Lungo i confini italo-svizzeri già era stata costruita fra il 1915 e il 1917 la linea difensiva O.A.F.N. (Occupazione Avanzata Frontiera Nord) detta anche “Linea Cadorna” che aveva lo scopo di sbarrare dal Piemonte alla Valtellina una eventuale penetrazione attraverso la Svizzera degli eserciti germanici ed austriaci. Dall’altra parte, di fronte alle mire espansionistiche dell’Italia e della Germania negli anni ‘30, la neutrale Svizzera, dopo aver fortificato tutte le zone di confine, aveva proclamato la mobilitazione nel 1939 sotto il comando del gen. Henri Guisan con il compito di “tenere le eventuali posizioni fino all’ultimo uomo e all’ultima cartuccia”. Il gen. Henri Guisan, che era stato appena nominato dall’Assemblea Federale, doveva seguire le direttive dell’Organismo elettivo, mentre in Italia, con la dittatura fascista, Mussolini era contemporaneamente duce del fascismo, capo del governo e comandante supremo delle forze armate.

In tale scenario vediamo come il lecchese, interessato quale territorio di retroguardia ma collegato con le località di confine con la Svizzera dalle linee ferroviarie Lecco-Como, Lecco-Colico-Chiavenna e dal servizio lacuale verso Dongo e Gravedona, abbia vissuto quel periodo di guerra.

In uno studio del 1933-1935, quando ancora non si era concretizzata l’alleanza fra Mussolini ed Hitler, si prevedeva l’organizzazione di una Armata “S” (Svizzera) con 12 Divisioni e 4 Reparti Alpini con il seguente piano d’attacco:

1 – Una massa est (6 divisioni – di cui 2 possibilmente motorizzate e 3 nuclei alpini) dal passo di Balniscio (m.2353, in Val Chiavenna) alla Forcola di Livigno – punta su Coira-Malans, mentre un nucleo alpino agisce verso i passi di S.Bernardino e Lucomagno.

2 – Una massa ovest (3 divisioni – di cui 1 possibilmente motorizzata – ed 1 nucleo alpino) dal Sempione al Passo S.Giacomo, punta su Briga e il passo di Furka ed investe da ovest il S.Gottardo.

3.- Una massa di riserva (tre divisioni) attorno a Como ed a portata ferroviaria delle due masse sopraddette.

(Ricostruzione “schema” del Piano VERCELLINO, Stato Maggiore svizzero, 1950)


Nel febbraio del 1935 la guerra appare vicina; il 16 giugno Lecco è piena di militari; il 20 agosto sempre a Lecco avviene una mobilitazione che porta soldati in Valsassina per le manovre preparatorie (si diceva pure che fosse passato il re in incognito): arrivano 55 treni, carri armati, autoblinde, cannoni passano per tre giorni. Il 3 ottobre 1935 inizia l’invasione dell’Etiopia; la situazione precipita: nell’aprile del 1939 l’Italia annette l’Albania.

Il 10 giugno 1940 l’Italia dichiara guerra alla Gran Bretagna e alla Francia che viene attaccata il 21 giugno, mentre già i tedeschi erano entrati a Parigi il 14 giugno. “Il Resegone” del 14/15 Giugno 1940 così commenta: “Col discorso pronunciato dal Duce lunedì, è scoccata l’ora solenne che apre per l’Italia una nuova pagina di storia. Essa trova già i cattolici – cioè questo meraviglioso popolo nostro in cui la fede e la pietà cristiana non sono un’etichetta ma una tradizione e una coscienza – preparati ad obbedire”.
Come sappiamo all’attacco sul fronte occidentale (settori del Monginevro e del Moncenisio) da parte del IV Corpo d’Armata, comandato dal gen. Mercalli, e del I Corpo d’Armata del gen.Vecchiarelli, partecipa anche, con compiti di “riserva”, l’11^ Divisione di Fanteria di montagna “Brennero” (con sede del comando a Bressanone agli ordini del gen.Arnaldo Forgiero, formata da circa 10.000 uomini con il 231° e il 232° Reggimento Fanteria e i battaglioni artiglieria, genio, sussistenza, camice nere), fino al 24 giugno 1940, giornata in cui venne firmato l’armistizio fra l’Italia e la Francia.


IL PIANO VERCELLINO  (“Operazioe tendente alla recisione del Canton Ticino”)

E’ a questo punto che viene messa a fuoco l’operazione “Occupazione del saliente ticinese” con il Piano Vercellino, come si legge in una nota dello Stato Maggiore dell’Esercito, del 7 luglio 1940: “Per l’operazione tendente alla recisione del Canton Ticino è previsto l’impiego di cinque divisioni, più una divisione di riserva (la “Brennero”), cioè:

– Divisione Alpini “Tridentina” per l’azione su Airolo e San Gottardo dal passo S.Giacomo;

– Divisione motorizzata “Trieste” e Divisione corazzieri “Ariete” per l’azione convergente su Bellinzona dalla zona Pallanza-Varese-Porlezza;

– Divisioni di montagna “Marche” e Puglie” per l’azione su Biasca dai Passi di S.Jorio, Balniscio, Bardan e Spluga (…).

Come dislocazione iniziale, allo scopo di evitare qualsiasi allarme da parte della Svizzera, pur avvicinando le formazioni alle previste zone di radunata, si era stabilito per la “Tridentina” la zona Biella-Varallo, per l’“Ariete” la zona Lecco-Bergamo, per la “Trieste” la zona Piacenza.., per “Marche” e “Puglie” la zona Como-Lecco, a buona portata dalla ferrovia di Chiavenna. 

Il Gen. Badoglio annota: “Data l’attuale situazione positiva, nessun movimento di truppe deve essere fatto verso la Svizzera”, mentre già si preparano i piani per l’invasione e occupazione della Grecia.

E’ per questo che l’11^ Divisione di Fanteria “Brennero”, di riserva sul fronte francese, ad armistizio firmato, invece di posizionarsi nella sua sede di comando a Bressanone, viene trasferita in Valsassina dove resterà per 3 mesi, da Agosto a Ottobre 1940.

Andrea Orlandi (1869-1945) nelle sue “Memorie di Pasturo e Bajedo in Valsassina” curate da Angelo Borghi (Amministrazione Comunale di Pasturo – 1995) scrive: “Per le grosse manovre in Valsassina convergono truppe che provengono dalle azioni delle Alpi occidentali. Luglio 31: arriva a Pasturo l’annuncio dell’artiglieria, che si porta invece a Primaluna. Il 1 agosto: giunge in Valsassina tutta la Divisione di Fanteria “Brennero”. Il 231° Reggimento fanteria si accampa a Pasturo e Bajedo, specialmente nelle selve di Rompeda e dei Castagneti: uomini circa 2500, cavalli e muli circa 500, pezzi 6 d’artiglieria da mm.65,e forse 2 mortai.

Il 232° Reggimento fanteria si accampa a Introbio. Il 9° Reggimento artiglieria prende sede a Primaluna e suo territorio: uomini circa 3000, cavalli circa 1500, pezzi 36 da mm. 75 e mm. 110. Una compagnia di mitraglieri a Maggio, uomini circa 500. Genio, Artieri, Telefonisti, Telegrafisti, a Cremeno e Cassina: uomini circa 250 con cavalli. Sussistenza e Sanità a Ballabio, uomini circa 300.

Quattro forni da campo presso la Cappelletta Grande di Ballabio, che producevano seimila pagnotte al giorno. Carabinieri a Barzio, uomini circa 100. Comando generale della Divisione a Barzio. Gran movimento di soldati, carri, carrette, cavalli, autocarri, automobili, motocicli, biciclette, per dare o ricevere ordini, per trasportare viveri, foraggi, paglia,combustibili e altre cose necessarie, oltre a gran quantità di pagnotte da Lecco. E qui osservo subito che ci fu grande spreco di pane per opera delle truppe. Molte pagnotte venivano gettate nel fiume, per comperare invece pane più bianco e bello presso gli spacci del paese. I contadini correvano a raccogliere pagnotte e pasta da rancio, per mantenere lautamente maiali, galline, mucche, nonché se stessi e la famiglia. Alcuni misero in serbo tante pagnotte, che bastarono loro per parecchi mesi.

 

Alla domenica il cappellano militare celebra la messa al campo, da un poggio elevato, su altare posticcio, sotto la casa dei Mazzoleni e le truppe inquadrate vi assistono da un piano sottostante. In occasione di cattivo tempo il cappellano celebra due Messe consecutive nella chiesa parrocchiale, dove le truppe vengono accompagnate in due riprese. Martedì 10 Settembre monsignor Bartolomasi, vescovo castrense, visita le truppe della Valsassina. A Pasturo tiene ai soldati, nella chiesa parrocchiale, un bel discorso “intorno all’amor di patria e ai doveri del proprio stato”.
 

Sui settimanali locali non trapela quasi nulla. Solo su “Il Resegone” del 23/24 Agosto si ha notizia di “proiezioni cinematografiche riservate esclusivamente ai camerati in grigio verde di stanza fra Erba e la Valsassina con spettacoli a Primaluna, a Introbio, a Pasturo e a Maggio”. Il 13/14 Settembre si ricordano “le messe al campo, vicino ai soldati reduci vittoriosi dal Fronte occidentale, in solenne e commovente spettacolo che si ripete edificantissimo nei giorni di festa in tanti punti della Plaga, le armi pesanti disposte lì d’attorno racchiudono quel presbiterio che è centro ad una navata tanto grande con una cupola tanto possente”. Il 4/5 Ottobre sappiamo che “si sono svolte le Missioni con le Camicie Nere e i Mitraglieri nella parrocchiale di Maggio con il Cappellano militare P. Sebastiano Calcinotto che ricorda i tre grandi e sacri amori: Dio, Famiglia e Patria”.
La cronaca di Andrea Orlandi continua: “Inizio delle grosse manovre la sera di domenica 1 Settembre; la fine al mezzogiorno di venerdì 6 di Settembre. La sera di mercoledì 4 Settembre, tre potenti riflettori collocati sulla Rocca di Bajedo, al ponte di Chiuso e a Barzio, esplorano tutte le montagne dei dintorni. Il giorno seguente la Compagnia Chimica fa l’oscuramento con la nebbia artificiale a Pasturo, dalle ore nove alle undici; venerdì giorno 6, oscuramento a Bajedo e Primaluna. Nel medesimo giorno 5 Settembre vidi al ponte di Chiuso il generale Ubaldo Soddu, sottosegretario alla Guerra, intento a rapporti con gli ufficiali. Dalla metà di Settembre, fattasi l’aria più fredda che non comportasse la stagione, le truppe furono accantonate nelle case e nelle cascine.

Come è facile immaginare, dovunque rimasero segni di maltrattamenti; così nella mia casa di fronte alla chiesa, pure fortunata perché adibita agli uffici del comando di reggimento, e quindi segno a più rispetto. Case e cascine in buon numero furono occupate per uffici minori, cucine, mense per ufficiali e per sottufficiali, spacci militari, sartoria, calzoleria e via dicendo. Il deposito e l’andirivieni di quadrupedi, carri, autocarri, truppe isolate o in formazione per istruzione e marce, e lo spostamento di quando in quando dei quadrupedi e degli attendenti, rovinarono in molti luoghi boschi e praterie. Tutte le strade malconciate, disselciate, melmose, insozzate, fetenti. Scomposti i muri, estirpate le siepi, calpestate l’erbe, invasi i castagneti per coglierne i frutti.

Due volte la settimana la banda del reggimento teneva concerto sulla piazza del municipio. La domenica 6 Ottobre arrivarono in Pianura (sulla sinistra della Pioverna, presso al ponte) autocarri militari ambulanti, per il servizio di docce calde ai soldati di Pasturo, Barzio, Cremeno, Maggio, Introbio. Successivamente venne ripreso tale servizio a Primaluna.

La lunga permanenza nei mesi di Agosto, Settembre e Ottobre 1940 si pretendeva spiegare in più modi, considerato che ci si trovava in istato di guerra: qualcuno supponeva perfino che questa fosse una posizione avanzata per invadere il Canton Ticino quando fosse venuto il giorno di fare a brani la Svizzera secondo le sue nazionalità.

Il Comando lasciò Pasturo il 27 Ottobre; nei giorni seguenti partirono a scaglioni le truppe, andando a quartiere a Bressanone. Agli ultimi di Ottobre e primi di Novembre furono pure sgombrati Introbio e Primaluna”.

La preziosa testimonianza di Andrea Orlandi è ora documentata anche con foto che mostrano le adunate dei soldati della Divisione Brennero nella piana di Pasturo e la celebrazione di una messa al campo con la presenza del gen. Ubaldo Soddu, del podestà Pozzi, padre della poetessa Antonia, e del parroco di Pasturo Don Riccardo Cima.
L’“occupazione del saliente ticinese”, che era qualche cosa in più di un Piano, restava congelata: primo perché la Germania non aveva attaccato da Nord la Svizzera, secondo perché il 28 ottobre 1940 iniziava la guerra di invasione sul fronte greco-albanese, con la necessità di inviare in tale area nuove Divisioni.

Tuttavia la pressione propagandistica contro la Svizzera, rea di non condividere la politica espansionistica dell’Asse, continuava e Mussolini nell’Ottobre del 1940 scriveva a Hitler: “Col suo incomprensibile atteggiamento ostile la Svizzera pone da sé il problema della sua esistenza”.
Gli faceva eco sul Settimanale Fascista “Il Popolo di Lecco” del 26 Aprile 1941 il gerarca Carlo Ferrario con un lungo e violento articolo “Visi pallidi nella terra di Guglielmo Tell” del quale riportiamo un breve stralcio: “Grigio, opaco, sordo, cinico, volgare l’odio antifascista degli svizzeri e dei ticinesi si è purulentemente sfogato ogni giorno, in ogni ora, in ogni circostanza senza soste, senza pause. Una pazzia senza lucidità. Una cancrena senza guarigione. Gli italiani ospiti della Confederazione, i pochissimi svizzeri non inquinati e noi tutti che a due passi dalla frontiera respiriamo il tanfo che spira dai valichi, abbiamo sofferto il soffribile”.


… E ripeto: oggi non si fanno i conti con quel periodo storico e si tenta di rimuovere il recente passato, evitando di far conoscere o passando sotto silenzio, come ha fatto la stampa locale, questi episodi.

                                                                                      

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