IL PIAVE MORMORAVA…

Visto che “il confine culturale” del Cantone italiano della Svizzera è il Piave, mi sembra giusto ricordare “il 24 maggio”, e ricordare i caduti della prima guerra mondiale (orribile tragedia matrice della distruzione dei popoli europei) “di qualsiasi divisa”.

Noi ticinesi ricordiamoci, però, che molti dal Cantone italiano della Svizzera partirono per combattere sulle pietraie del Carso e sul Piave… combatterono con coraggio e con la DIVISA ITALIANA e sotto la BANDIERA ITALIANA!  

Detto questo, andiamo a vedere “La Leggenda del Piave”…

La Canzone del Piave conosciuta come Il Piano mormorava, testo della poesia sul 24 maggio, in cui viene descritto l’inizio della Grande Guerra per l’Esercito italiano nel 1915.

La canzone del Piave è conosciuta anche come La leggenda del Piave e Il Piave mormorava. La canzone era stata scritta nel 1918 da Ermete Giovanni Gaeta nel 1918 per ricordare l’entrata in guerra dell’Italia nel corso della Prima Guerra Mondiale tra il 23 e il 24 maggio del 1915. Il testo della canzone conosciuta come Piave mormorava fu scelto dal Governo italiano provvisoriamente come Inno nazionale. Era stato scelto per sostituire il precedente inno conosciuto con il titolo Marcia Reale.


Com’è nata la “Leggenda del Piave”?

di Bruno Crevato-Selvaggi

L’autore e la storia della più famosa canzone italiana della Prima guerra mondiale, che nei primi versi ricorda il 24 maggio 1915

Una delle canzoni patriottiche più note in Italia e una delle pochissime che ancora si ricordano praticamente tutti è la “Leggenda del Piave”, quella che comincia con le parole: «Il Piave mormorava calmo e placido al passaggio / dei primi fanti il 24 maggio». Fu scritta negli ultimi giorni di guerra e divenne famosa soprattutto negli anni successivi al conflitto. Nonostante il successo durato decine di anni, l’autore della “Leggenda del Piave”, Giovanni Ermete Gaeta, un compositore e poeta dialettale napoletano, non ci guadagnò quasi nulla.

Gaeta nacque a Napoli nel 1884. Il padre, un barbiere, non poteva permettersi di far studiare il figlio e così Gaeta cominciò a lavorare come garzone nella bottega di famiglia. Gaeta era appassionato di musica e di poesia e studiò i rudimenti della teoria musicale da autodidatta cominciando a suonare il mandolino. Ancora diciottenne, iniziò a collaborare con “Il Lavoro”, giornale di Genova allora diretto da Alessandro Saccheri: scriveva articoli culturali in terza pagina che firmava “Hermes”, dal suo secondo nome, e versi in dialetto napoletano.

Nel 1902 vinse un concorso per impiegato postelegrafico e cominciò a lavorare a Bergamo, in Lombardia. In città conobbe Marie Clinazovitz, una giornalista di origine polacca che dirigeva la rivista letteraria “Il ventesimo”, dove cominciò a scrivere articoli con lo pseudonimo di “Mario Clarvy”. Negli anni scrisse anche poesie, articoli e saggi critici, firmandosi con lo pseudonimo che lo avrebbe accompagnato per tutta la vita: E. A. Mario. Nel 1903 Gaeta ottenne il trasferimento a Napoli e dodici anni dopo, all’inizio della guerra, ottenne di prestare servizio nella posta militare e fu incaricato di trasportare la corrispondenza per il fronte. L’esperienza gli ispirò alcuni testi patriottici come la “Serenata all’imperatore” (cioè Francesco Giuseppe, imperatore d’Austria) che conteneva i versi: «Mio caro Imperatore / primma ca muore, ‘a vide ‘a nuvità: / l’Italia trase a Trieste / ce trase e hadda restà!» (“Imperatore, prima di morire, vedire la novità: l’Italia entra a Trieste, ci entra e ci rimane”).
Nel novembre 1917, dopo lo sfondamento austriaco a Caporetto, la linea del fronte si era attestata sul fiume Piave. Nel giugno 1918 l’Austria provò a sferrare il colpo definitivo: l’offensiva iniziò il 15 giugno, ma l’esercito italiano riuscì a fermarla e il 22 giugno la “battaglia del Solstizio” (come la chiamò il poeta Gabriele D’Annunzio) era terminata con la vittoria italiana. In quei giorni Gaeta era al lavoro in un ufficio postale, e gli vennero “dal cuore”, come raccontò lui stesso, tre strofe che scrisse di getto sui moduli di servizio interno: «Il Piave mormorava calmo e placido al passaggio / dei primi fanti il 24 maggio».

La prima strofa si riferiva all’inizio della guerra, il 24 maggio 1915. La seconda alla disfatta di Caporetto: «Ma in una notte triste si parlò di tradimento / e il Piave udiva l’ira e lo sgomento». Allora si riteneva che il successo austriaco fosse stato dovuto al tradimento di un reparto italiano; nel dopoguerra si scoprì che quel reparto, in effetti, aveva resistito ma era stato distrutto, e la parola “tradimento” venne sostituita da “fosco evento”. La terza strofa, infine, si riferiva alla battaglia del Solstizio e alla vittoria italiana.


Una canzone che vale più di un generale
Raffaele Gattordo, napoletano nato nel 1890, era un cantante amico di Gaeta: si esibiva con il nome d’arte di Enrico Demma e mentre si trovava al fronte in un reparto di bersaglieri cominciò subito a cantare “La leggenda del Piave” del suo amico. I versi patriottici e ricercati, la soddisfazione per la grande battaglia vinta, la musica orecchiabile a tono di marcia fecero sì che in brevissimo tempo la canzone divenisse molto popolare fra le truppe. Il comandante supremo dell’esercito, il generale Armando Diaz, mandò a Mario un telegramma di congratulazioni: «La vostra Leggenda del Piave al fronte è più di un generale».

Il 9 novembre 1918, cinque giorni dopo la fine della guerra, Gaeta aggiunse la quarta e ultima strofa: «Indietreggiò il nemico sino a Trieste, sino a Trento / e la vittoria sciolse le ali al vento». Anche dopo la guerra, la “Leggenda del Piave” rimase popolarissima e venne eseguita il 4 novembre 1921 all’inaugurazione del monumento al milite ignoto, al Vittoriano di Roma. Quell’anno Gaeta si sposò con Adelina Gaglianone, che gli era stata presentata da Eduardo Scarpetta, il commediografo padre di Eduardo, Peppino e Titina De Filippo.

Due anni dopo, però, venne licenziato dalle poste a causa della sua attività parallela di musicista. Gaeta si ritrovò in difficoltà economiche visto che la SIAE non gli riconosceva i diritti d’autore del “Piave”, perché considerò il testo come “inno nazionale” (anche se non ebbe mai ufficialmente questa qualifica) e quindi proprietà statale. Nel 1933, in una situazione sempre più grave, Gaeta chiese di essere riassunto alle poste e continuò a lavorare al ministero sino alla pensione. Gaeta morì il 24 giugno 1961. Enrico Demma, il primo interprete della canzone, morì nel 1975.


Il manoscritto
Le quattro strofe del “Piave” vennero scritte su moduli di servizio dell’amministrazione postale che oggi sono conservati nel Museo storico della comunicazione del ministero dello Sviluppo Economico, che ha sede a Roma, all’Eur. Si tratta di uno dei tanti musei sconosciuti italiani: oltre al manoscritto del Piave, conserva la scatola di sigari dove Marconi costruì il detector magnetico del 1902, apparecchi telegrafici, timbri, le buche delle lettere del Seicento, una collezione completa di francobolli italiani e di tutto il mondo con i loro bozzetti originali, documenti e attrezzature del servizio postale dal Settecento.



Testo

La leggenda del Piave

Versi: E. A. Mario Musica: E. A. Mario 

inno patriotico

II Piave mormorava

calmo a placido al passaggio

dei primi fanti, il ventiquattro maggio:

l’esercito marciava

per raggiunger la frontiera,

per far contro il nemico una barriera…

Muti passaron quella notte i fanti:

tacere bisognava, e andare avanti…

S’udiva, intanto, dalle amate sponde,

sommesso e lieve, il tripudiar dell’ onde.

Era un presagio dolce e lusinghiero.

Il Piave mormorò:

“Non passa te straniero!”

Ma in una notte trista si parlò di tradimento,

e il Piave udiva l’ira a lo sgomento.

Ah, quanta gente ha vista

venir giù, lasciare il tetto

per l’onta consumata a Caporetto…

Profughi.ovunque dai lontani monti

venivano a gremir tutti i suoi ponti…

S’udiva, allor, dalle violate sponde

sommesso e triste il mormorio dell’ onde:

come un singhiozzo, in quell’autunno nero

il Piave mormorò:

“Ritorna lo straniero!”

E ritornò il nemico

per l’orgoglio e per la fame,

volea sfogare tutte le sue brame…

Vedeva il piano aprico,

di lassù, voleva ancora

sfamarsi e tripudiare come allora.

“No! – disse il Piave – No! – dissero i fanti…-

Mai più il nemico faccia un passo avanti…”

Si vide il Piave rigonfiar le sponde,

e come i fanti combattevan le onde…

Rosso del sangue del nemico altero,

il Piave comandò:

“Indietro, va’, straniero!”

Indietreggiò il nemico

fino a Trieste, fino a Trento…

E la Vittoria sciolse le ali al vento!

Fu sacro il patto antico:

tra le schiere furon visti

risorgere Oberdan, Sauro a Battisti…

Infranse, alfin, l’ italico valore

le forche e l’armi dell’ Impiccatore.

Sicure l’Alpi… Libere le sponde…

E tacque il Piave: si placaron le onde

sul patrio suolo, vinti i torvi Imperi,

la Pace non trovò

nè oppressi, nè stranieri!

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...