Lo splendido ricordo del Ticino irredento

di Maria Cipriano

“FISO ASPETTANDO PUR CHE L’ALBA NASCA”. Le più belle Albe non sono ancora nate!

Ricordare il Ticino, oggi, può sembrare un vero e proprio anacronismo privo di senso. Il professor Giulio Vignoli dell’Università di Genova, nel suo libro “gli Italiani dimenticati”, di tutti gli italiani dimenticati parla tranne di quelli del Ticino: certo non senza una ragione, dal momento che gli è parso inutile parlare degli italiani dimentichi, che cioè si sono dimenticati di sé stessi, e se solo si ravviva loro la memoria non reagiscono bene. Ma proprio per questo bisogna parlarne, perchè il passato serve per capire il presente, e, anche se rimosso dalla volubilità degli uomini, dallo scorrere del tempo e da tante altre ragioni, rimane eternamente presente nella Storia.

Ebbene: di questo passato Ticinese ben poco si è scritto, e ancor meno se ne scrive oggi. Sulla scia del politicamente corretto che si ferma in superficie, dovunque capiterà di leggere che, se un attaccamento all’Italia genericamente vi fu da parte di questa terra, si trattò solo di un afflato sentimentale, non certo di un desiderio politico di riunione alla madrepatria, riunione alla quale i Ticinesi rimasero sempre estranei, preferendo la Svizzera con la sua libertà, i suoi principi democratici, il suo benessere, la sua tranquillità. A parte il fatto che queste conquiste si realizzarono piuttosto tardi e la stessa formazione della Confederazione elvetica nella sua configurazione moderna fu un processo alquanto laborioso, travagliato e tutt’altro che tranquillo, il rigore dello storico impone, di fronte all’assenza di prove certe e alla presenza di indizi contrari, di mantenere quantomeno sospeso il giudizio: conoscendo la brama di territori e l’avidità di bottino che permeò nei secoli le azioni dei nostri vicini di casa, svizzeri compresi, la cui intenzione era di arrivare fino a Pavia anche se non arrivarono neanche a Sondrio, è lecito avanzare dei dubbi sull’assioma che mai i Ticinesi vollero tornare con l’Italia, per non lasciarsi fuorviare da letture della Storia frettolose che danno per scontate versioni di comodo le quali, specie negli ultimi 70 anni, hanno avuto agio di consolidarsi non solo in Ticino ma anche in Italia. La sconfitta nella seconda guerra mondiale, si sa, è stata il tragico spartiacque oltre il quale ha preso avvio un’Italia pervasa da sensi di colpa, e dunque sostanzialmente remissiva e rinunciataria, timorosa di avanzare qualsiasi pretesa, fosse pure un sacrosanto diritto, e certamente il Ticino (per esattezza l’Alto Ticino, altrimenti detto Canton Ticino, esteso circa il doppio della provincia di Milano) neanche lontanamente poteva rientrare fra questi diritti, e ancor meno la Svizzera italiana, comprendente anche i Grigioni italiani (cioè le quattro valli meridionali del Cantone dei Grigioni, ubicato a est del canton Ticino, dove l’85% della popolazione parlava, e in misura minore, parla ancora l’italiano).

Ma proprio perchè la Storia non è così facile da cancellare né da interpretare, pure nella penuria di documenti a disposizione, si possono invero tuttora ritrovare le tracce del forte legame che sempre unì il Ticino all’Italia ben più che con un afflato sentimentale: e la partecipazione dei Ticinesi al Risorgimento ne è la perfetta dimostrazione. Nè si trattò, come alcuno erroneamente può pensare, di un generoso “diritto di asilo” concesso da Berna agli esuli italiani in omaggio a una democrazia ancora di là da venire, che, anzi, il Governo svizzero tentò di sbarazzarsi di questi scomodi ospiti in più di un’occasione, e, peggio ancora, tentò di impedire la partenza di colonne di Ticinesi armati in aiuto dei fratelli italiani, inviando a sua volta truppe al confine per sbarrare loro la strada. Ma inutilmente. La complicità che univa Berna a Vienna, non riuscì a evitare che l’inquieto Cantone italiano fosse sbilanciato verso l’Italia a rischio di andare perduto, la qual cosa Berna temeva più dell’ira di Radetzky. Fu per questo che non adottò misure draconiane, anche perchè i Ticinesi mostrarono di non temere né le minacce di Berna nè quelle di Vienna, e si organizzarono in gruppi armati con il Tricolore alla testa, incuranti di ogni pericolo, partecipando in prima persona alle patrie battaglie in cui molti di essi trovarono la morte, dimostrandosi sempre pronti a difendere gli esuli, nasconderli, rifocillarli, dando loro fraterna ospitalità. Del resto, per rendersi conto quanto estesa fosse la fama del Risorgimento Italiano e quanto il governo di Berna temesse di calcare la mano contro di esso, basti dire che la popolazione di Ginevra -città appartenente a un altro Cantone e dove pure si trovavano molti esuli italiani (e d’altre nazioni), perciò definita da Metternich “covo di serpenti”- si levò a difenderli contro le autorità elvetiche in occasione del fallito moto in Savoia del 1834, e alcuni soldati si rifiutarono addirittura di obbedire agli ordini di marciare contro di essi per disarmarli. Rispetto a Ginevra, il Ticino aggiungeva il suo identificarsi nella Patria italiana, il suo riconoscersi ardentemente in una causa comune.

La bellissima villa Ciani di Lugano, oggi adibita a Museo, circondata da giardini fioriti aperti al pubblico, con vista panoramica sul lago, fu acquistata e ristrutturata nel 1840 dai ricchi fratelli Ticinesi Filippo e Giacomo Ciani, benemeriti del Risorgimento e filantropi, i quali l’adibirono a punto d’incontro fra i patrioti italiani rifugiati in Svizzera e i Ticinesi ansiosi di partecipare alle azioni, molte delle quali architettate proprio su loro iniziativa. Per tutta la vita appassionatamente protesi all’Unità d’Italia e al riscatto di Roma eterna, i leggendari fratelli Ciani il cui padre, che aveva fatto fortuna a Milano, era stato uno dei patrocinatori della riunione del Ticino all’Italia, non a caso furono ritratti dal pittore patriota veneziano Francesco Hayez nelle vesti degli apostoli Giacomo e Filippo avvolti in una veste Tricolore.

Anche se gli storici elvetici negano orgogliosamente che il Risorgimento mise in pericolo la permanenza del Ticino entro la compagine svizzera, in verità la natura stessa del Risorgimento con le sue ben note rivendicazioni territoriali, fa emergere molti dubbi su questo assioma, e il fatto che il Ticino sia rimasto nella Confederazione non costituisce di per sé prova sufficiente.

Conquistato militarmente e con fatica dagli Svizzeri in tempi lontani, a più riprese, fra il XV° e il XVI° secolo, profittando dei disordini politici del Ducato di Milano, nonostante la memorabile vittoria di Arbedo (nei pressi di Bellinzona) in cui Filippo Maria Visconti nel 1422 sbaragliò l’esercito elvetico per mano del leggendario Conte di Carmagnola, quest’amena porzione della Lombardia incuneata nelle Prealpi lombarde e gravitante nella sua punta meridionale attorno al lago di Lugano, dopo la morte del Visconti avvenuta nel 1447 senza lasciare eredi, nonostante una inutile quanto eroica resistenza dei valorosi valligiani abbandonati alla loro sorte, a seguito della battaglia di Giornico vinta dagli Svizzeri nel 1478 dopo esser calati a sorpresa nelle valli apportandovi morte e distruzione, non potendo ricevere ulteriori aiuti da un’Italia allora divisa, malgrado la voce del Machiavelli e di altri grandi del tempo si levasse in sua difesa, fu condannata allo sradicamento violento dall’Italia per imposizione della Francia, e soffrì sotto la Svizzera lunghe pene, ridotto allo stato di baliaggio, cioè a una schiavitù feudale senza diritti. Nei suoi aspri tormenti, di cui purtroppo restano scarse testimonianze accuratamente cancellate dai dorati testi elvetici, riuscì a conservare la propria identità fortemente legata alla Lombardia, e anche se gli svizzeri invasori nella loro foga belluina cercarono di cancellare ogni segnacolo che potesse ricordare le radici avite di quella dinastia, queste radici rimasero, anche per il forzato isolamento in cui gli italiani erano tenuti dal resto della Svizzera, in una umiliante e dolorosa condizione di servitù esibita come trofeo di conquista, nonché per il permanere della religione cattolica sotto l’arcidiocesi di Milano. Di conseguenza il lungo logoramento patito sotto il tallone svizzero –fino all’avvento di Napoleone che impose le prime riforme, ponendo fine al regime dei baliaggi- in tre secoli di regime di oppressione costellato da rivolte, non poté svuotare i contenuti identitari e la osmosi fra il Ticino e l’Italia, che rimase stretta e continua, anche perché dalla Lombardia dipendevano gli approvvigionamenti di grano senza di che i Ticinesi sarebbero morti di fame. E dunque, come se il Ticino fosse ancora unito all’Italia, non si faceva distinzione fra gli italiani stabiliti in Ticino e i Ticinesi stabiliti in Italia (si pensi al celebre architetto Francesco Borromini, che operò nella Roma papale del seicento), non di rado legati fra loro da vincoli familiari e da frequenti matrimoni misti. Un ramo della famiglia Morosini di Venezia, per esempio, si stabilì a Lugano nel XVII° secolo, e un loro discendente, Emilio, morì eroicamente a soli 19 anni nella difesa della Repubblica Romana con Mazzini, imbracciando il Tricolore. Nel XIX° secolo i Ticinesi trasferiti in Italia erano largamente prevalenti, essendo il Ticino, impoverito da tre secoli di sfruttamento e sottosviluppo, terra povera di forte emigrazione che aveva come destinazione privilegiata l’antica madrepatria. Qui, venuti a contatto fin dall’epoca napoleonica con le lotte per il riscatto nazionale, con carbonari, mazziniani, liberali e garibaldini, fecero causa comune contro Vienna e contro Berna, complici tra loro anche in virtù della comune lingua tedesca, né il fatto che i governanti locali Ticinesi si barcamenassero tra la fedeltà alla Confederazione e la fedeltà all’Italia può costituire prova certa che la popolazione volesse rimanere con la Confederazione. Emblematici a questo proposito i casi del pittore Carlo Bossoli, e dello scultore Vincenzo Vela: il primo entrò nei Cacciatori delle Alpi con Garibaldi, seguì l’eroe dei due mondi, e infine, poiché il Ticino rimase svizzero, si trasferì definitivamente in Italia e volle essere sepolto a Torino. Il secondo, che già viveva a Milano, dopo aver partecipato alla 1a guerra d’indipendenza si trasferì a Torino, divenuta ormai centro d’accoglienza di esuli politici provenienti da tutta l’Italia, dove collaborò attivamente con il Cavour per il quale condusse armi clandestinamente in Italia dalla Svizzera, e dove raggiunse la fama artistica: a lui si devono le celebri sculture in onore di Garibaldi, di Mazzini, di Cavour, di Carlo Alberto, di Vittorio Emanuele II e quella, particolarmente bella e giustamente famosa, dell’Alfiere dell’esercito sardo posta davanti a Palazzo Madama in piazza Castello. L’ancor più celebre “Desolazione” è, come si sa, una struggente allegoria dell’Italia pre-unitaria.

Poiché il Risorgimento contemplava materialmente l’annessione del Ticino e dei Grigioni italiani alla madrepatria sia nei programmi della Carboneria che della Giovine Italia che ne fu la prosecuzione, è impossibile che fin dalle primitive riunioni clandestine che si svolgevano a Chiasso fra italiani e ticinesi, la cosa fosse ignorata. Di conseguenza il Ticino rimase svizzero perché, mentre era prevista una guerra contro gli austriaci per la liberazione delle vaste terre italiane sotto il loro dominio, nessuna guerra era contemplata contro la Confederazione elvetica per la liberazione di quella minuscola terra, e i Ticinesi lo sapevano bene.

Cavour, che era di madre ginevrina e ben conosceva la Svizzera (la quale avanzava pretese perfino su alcuni territori del Regno sabaudo), era consapevole che l’Italia per rivendicare il Ticino avrebbe dovuto ricorrere alla forza, e poiché era prioritario sconfiggere l’impero asburgico per recuperare territori ben più vasti e popolazioni ben più numerose, accarezzò una soluzione diplomatica della questione ticinese, cosa che il grande statista non avrebbe preso neanche in considerazione se non vi fossero stati fondati motivi di ritenere che i Ticinesi la volessero; e si sa quanto efficienti fossero le spie da lui sguinzagliate nei vari territori, incaricate di riferire i reali stati d’animo della gente. Mai il Cavour si sarebbe imbarcato in imprese a scatola chiusa.

Che a tutt’oggi l’argomento del Ticino irredento non sia stato adeguatamente studiato, è provato dallo zelo che viene messo nell’annacquarlo svuotandolo d’importanza, cosicché non si conosce con esattezza neanche il numero dei patrioti Ticinesi e Grigionesi che presero parte al processo di riunificazione della madrepatria: ma si può ragionevolmente congetturare fossero molte migliaia, direttamente e indirettamente coinvolti, stante il fatto che l’Austria, dopo aver sollecitato più volte da Berna misure drastiche contro l’attivismo filoitaliano di quel suo cantone inquieto e ribelle, decretò il blocco delle frontiere con la Svizzera e l’espulsione di 6000 ticinesi dal Lombardo-Veneto che dall’oggi al domani si ritrovarono sul lastrico, senza lavoro, pagando così un alto prezzo al Risorgimento. Nello stesso periodo Berna provvedeva a espellere i frati cappuccini italiani che proprio in quegli anni si segnalavano per il loro attivismo patriottico e la chiamata a raccolta di combattenti per la 1a guerra d’indipendenza e la difesa di Venezia, in risposta all’incitamento lanciato dai Vescovi del Regno di Sardegna e da molti altri religiosi da tutta Italia. Parallelamente, il Governo svizzero iniziava lo sganciamento del Ticino dalla Chiesa di Roma che, pur avversa al Risorgimento nelle sue alte sfere, rappresentava pur sempre un legame con la penisola. I Ticinesi che tornavano dalle patrie battaglie ebbero noie e grattacapi con le autorità elvetiche e talvolta furono sottoposti a processi, come Antonio Arcioni, che ciò nonostante si precipitò poi a combattere per la Repubblica Romana nel 1849. Mazzini stesso venne espulso dalla Svizzera, considerato persona non gradita, costretto a nascondersi presso amici fidati, mentre il suo amico il conte Giovanni Grillenzoni, esule da Parma e acceso carbonaro, che aveva sposato una ticinese, figlia di un avvocato che aiutava gli esuli italiani, venne anch’egli espulso, e nel 1853 subì un processo coi patrioti Carlo Cassola e Ludovico Clementi per detenzione illegale di armi, raccolte assieme ad altri in vista di una sollevazione che probabilmente doveva coinvolgere, assieme al Tirolo, il Ticino medesimo. A quella stessa data veniva introdotto nel codice penale svizzero il reato di tradimento, da intendersi principalmente come irredentismo filoitaliano.

Del resto, per rendersi conto del fervente clima di riscossa che si respirava nella Svizzera italiana ancor prima del Risorgimento, basta leggere cosa ne scrisse Giovan Battista Biondetti nel suo libro “Volontari ticinesi nel Risorgimento”, edito nel 1942: “le opere del Foscolo, dell’Alfieri, del Manzoni, del Leopardi erano lette ovunque nel Ticino. Le mie prigioni del Pellico erano lette avidamente fin nelle più sperdute casupole delle nostre più remote contrade. I versi infuocati del Berchet, declamati a gran voce dai giovani studenti, accendevano gli entusiasmi, mentre la satira mordace del Giusti (celebre la poesia in cui sbeffeggia e commisera gli austriaci) faceva maggiormente fremere i cuori dei Ticinesi per la causa italiana.”

Appare dunque illogico ritenere che, in siffatto contesto, coloro che con tanto ardore cooperavano all’Unità d’Italia non la intendessero comprensiva anche di quella, tra le sue terre irredente, più incuneata geograficamente al suo interno. Riesce strano pensare che la trascinante forza ideale del Risorgimento non comportasse anche un discorso politico di ricongiungimento materiale alla madrepatria oltreché emotivo e sentimentale. E’ poco credibile pensare che Mazzini, che aveva fissato chiaramente i termini della frontiera alpina settentrionale con il famoso esempio del compasso puntato su Parma e sul fiume Varo, enunciato nella sua opera “I doveri dell’uomo” al capitolo V Doveri verso la Patria, si limitasse a stringer mani a qualche dignitario Ticinese fedele alla Confederazione, quando la frontiera alpina settentrionale da lui prevista andava ben oltre il Ticino, inglobando anche Zermatt, Saint Moritz, Coira (dov’è ora la sede della Pro Grigioni italiano), Davos e Ischgl (odierna stazione sciistica austriaca), il cui nome è di origine retico-Romana. Se i politici Ticinesi di ogni tendenza avevano tutto l’interesse a propugnare un legame solo culturale e sentimentale con la penisola, non così il Risorgimento, che si basava su di un progetto ben preciso di redenzione territoriale. E se in Corsica e a Malta giunse a maturazione il sentimento irredentista pur tra le maglie avverse francesi e inglesi, non si capisce perché nel Ticino le cose sarebbero procedute diversamente. Le cronache del tempo ci offrono del resto, fra te tante, una delle più toccanti e fulgide immagini del Risorgimento che oggi si stenterebbe a comprendere: quella della città di Lugano (che per noi italiani odierni è la “fredda e anonima” Lugano, abitata da gente che ci guarda dall’alto al basso) tutta ardente d’italianità, che s’illumina a giorno in piena notte alla notizia dei moti del ’48, coi Luganesi che saltano giù dal letto esultanti e imbracciano il fucile pronti a partire per l’Italia. Erano gesti inoffensivi, devoti alla Confederazione?

In verità, fu proprio in questo clima d’indomabile effervescenza patriottica che il governo svizzero, temendo il peggio, si affrettò a concedere perlomeno in linea teorica tutti i diritti al bistrattato cantone italiano, integrandolo a pieno titolo nella Confederazione elvetica, nella cui Costituzione del 1848 esso figura assieme agli altri cantoni sovrani. Pur tuttavia, le belle parole contenute in quel testo non valsero ad appianare le contraddizioni, il disagio e l’inquietudine di una terra che si rapportava naturalmente alla madrepatria originaria, vedendo in essa il proprio punto di riferimento e il proprio baricentro. Fu pertanto la conclusione del Risorgimento con la sua incompiutezza e il suo necessario adattamento al contesto internazionale europeo, a far sfumare qualsiasi progetto annessionistico. E, del resto, se l’Italia aveva sacrificato Nizza e la Savoia, territori ben più estesi del Ticino e sempre appartenuti al Ducato di Savoia, in che modo avrebbe potuto rivendicare quest’ultimo che da oltre tre secoli non apparteneva più all’Italia? Se l’Italia penava così tanto per riuscire a riconquistare Roma, la capitale eterna cui tutta la nazione anelava, in che modo avrebbe potuto riottenere Bellinzona, Lugano, Locarno, Chiasso e Mendrisio?

Ciò nonostante, all’indomani della proclamazione del Regno d’Italia, non mancarono dichiarazioni esplicite che nominavano il Ticino fra le terre irredente da riunire alla madrepatria: è lo stesso Carlo Cattaneo ad attestarlo, pur in pretestuosa polemica col Regno d’Italia e in difesa della Svizzera, nel suo libro “Terre italiane”, raccolta di scritti dal 1860 al 1862. Infatti, la frase pronunciata da Nino Bixio al Parlamento di Torino nel 1862 non lasciava adito a dubbi: “Quando saremo forti abbastanza, ce lo riprenderemo.” Le conseguenti affermazioni del ministro degli affari esteri generale Durando, che definiva come artificiale l’unione del Ticino alla Svizzera e come naturale la sua appartenenza all’Italia, fecero scattare le proteste di Berna, precedute da una presa di posizione altisonante delle autorità municipali di Lugano le quali si appellarono a tutti i Ticinesi, proclamandone la universale indignazione e la incrollabile fedeltà alla Svizzera. In verità non ci fu nessuna indignazione popolare dei Ticinesi alle dichiarazioni irredentiste italiane, e tanto meno una manifestazione della loro incrollabile fedeltà alla Svizzera, altro che nelle proteste ufficiali di facciata a cui proprio Berna aveva spinto le autorità di Lugano, la città più esposta all’irredentismo perché più vicina all’Italia. Pochi anni dopo, per le stesse ragioni, veniva espulso dal Ticino il giornalista Ippolito Pederzolli, un noto patriota trentino perseguitato dagli austriaci e colà rifugiato, che le autorità cattolico-conservatrici ticinesi tornate al potere e più strettamente legate a Berna, avevano bollato come “famigerato e frenetico irredentista” per aver fatto indefessa propaganda irredentista fra i Ticinesi, spronandoli all’azione, non solo, ma per averli definiti in varie sue corrispondenze “un popolo di ignoranti e di vigliacchi che non sanno ribellarsi all’oppressione del governo svizzero”. Conoscendo i loro malumori e il loro malcontento, testimoniato dalle grame condizioni in cui vivevano, Pederzolli non si capacitava come non fossero capaci di accendere la miccia di un’azione eclatante per l’Italia come tante ne avvenivano a Trieste, in Istria, nel Trentino e in Dalmazia nello stesso periodo: da qui l’infuriarsi del giornalista contro quella che gli pareva una vile rassegnazione al destino.

La Grande Guerra esacerbò le intime contraddizioni di quella terra, e, ancor prima, l’impresa di Libia con la conseguente guerra italo-turca del 1911-’12 vinta dall’Italia, creò in Ticino tutto un fervente clima entusiasta di attesa e un’intensa partecipazione affettiva, con vasta eco sui giornali locali. Libico Romano Maraja, il disegnatore ticinese che negli anni sessanta sarebbe diventato un illustratore di fama internazionale, nacque a Lugano proprio in quel periodo di grande condivisione da parte dei Ticinesi degli eventi del Regno d’Italia, e il suo nome ben lo dimostra. Il padre Francesco sarà poi espulso con tutta la famiglia dalle autorità elvetiche nel 1936 per attività irredentiste in favore dell’Italia.

Anche se il Governo elvetico aveva dalla sua alcuni punti di forza (i diritti ormai concessi agli italiani, il monopolio della scuola e della cultura, la stampa allineata, la propaganda, le carriere politiche di rappresentanti politici solerti nell’affermare la fedeltà alla Svizzera, la vantata democrazia repubblicana), ciò non impedì, all’indomani della dichiarazione di guerra all’Austria il 24 maggio 1915, l’immediato sorgere in Ticino di numerosi circoli spontanei di sostegno materiale e morale ai fratelli italiani, la partenza di volontari, e l’attivarsi di varie iniziative che preoccuparono il governo elvetico spingendolo addirittura a occupare militarmente il Cantone con truppe provenienti dai cantoni tedeschi al comando del colonnello Maag, il quale divenne subito il bersaglio dell’odio di tutti i Ticinesi. Il governo di Berna temeva fortemente un’invasione da parte del Regno d’Italia, che i Ticinesi, salvo poche eccezioni, non avrebbero contrastato, ma che anzi molti aspettavano. Di conseguenza la sorveglianza divenne così stretta che tutto il Ticino si ritrovò dentro una pesante morsa fatta di censura, contravvenzioni di ogni tipo per controllare le persone in transito, perquisizioni a domicilio, arresti arbitrari, violazione sistematica della posta, accuse di spionaggio anche per semplici sospetti. I Ticinesi che festeggiavano alle stazioni ferroviarie i lavoratori italiani in partenza per la guerra di redenzione, si dimostrarono così calorosi e animatamente anti-tedeschi, da far scattare da parte dell’autorità militare elvetica il divieto di ulteriori assembramenti in onore dell’Italia, cui fece seguito l’occupazione a passo di carica di piazza della Riforma a Lugano, centro nevralgico dell’italianità ticinese. Qui, la sera del 26 maggio 1915, sfidando la proibizione, i Luganesi si radunarono in massa gridando “viva l’Italia!”, e vennero caricati dai militari più volte alla baionetta. Si evitò una strage per l’intervento deciso dei loro rappresentanti politici che li convinsero a tornare a casa protestando poi vivacemente con Berna. Sui giornali dell’epoca, se pur centellinate e rarefatte, sono reperibili queste notizie in ordine sparso, a controbilanciare le quali se ne inseriscono altre atte a dimostrare la fedeltà elvetica degli abitanti. Ma gli incidenti non mancavano, anche gravi, come quando, nei Grigioni italiani, venne ucciso a fucilate un gendarme svizzero che tentava di contrastare un festeggiamento in onore dell’Italia dove si esponeva il Tricolore.

Ufficialmente neutrale, la Svizzera in realtà parteggiava per l’Austria e la Germania, al punto che venne alla luce uno scandalo di spionaggio a favore di queste, non solo, ma fu segretamente studiato dal Capo di Stato maggiore dell’esercito elvetico Arnold Keller un vero e proprio piano militare per invadere l’Italia, è da supporre in sotterraneo accordo con l’Austria. La conflittualità con il Canton Ticino, tutto proteso con il cuore ai fratelli di stirpe valorosamente combattenti, raggiunse livelli di guardia generando un profondo attrito con l’elemento germanico, già di per sé malvisto per non dire odiato, col quale ci si combatteva a suon di banchetti e raccolta di fondi a favore delle rispettive nazioni. Né la fede dei Ticinesi svanì dopo il rovescio di Caporetto, ma anzi s’impuntò in una tenace convinzione della vittoria italiana addirittura superiore a quella che si registrò in Italia. Le scene dei Ticinesi che accorrono piangendo con i fiori in mano, nelle stazioni e in aperta campagna, al passaggio dei treni dei nostri soldati, acclamandoli, parlano da sole: scene a cui oggi si stenta a credere. Eppure erano vere.

Non a caso, a quell’epoca, il simbolo più illustre e significativo dell’italianità del Ticino e della speranza irredentista era rappresentato dal linguista di fama europea Carlo Salvioni, personaggio certo non di poco conto. La sua vicenda personale di svizzero appassionatamente legato all’Italia e che, soffrendo di dover essere svizzero mentre si sentiva italiano, si era trasferito a Milano prendendo la cittadinanza italiana con tutta la famiglia, fu eternata da due targhe apposte sulla sua casa di Bellinzona e sulla facciata di Villa Caccia a Lugano: targhe che ricordano particolarmente i due figli di Carlo Salvioni, Enrico e Ferruccio, morti nella Grande Guerra combattendo “per la Gran Madre Italia.” Le circostanze in cui furono apposte le targhe all’indomani della Grande Guerra, nel 1919, con un solenne corteo preceduto dalla Banda Civica Filarmonica, composto da rappresentanti di tutte le associazioni Ticinesi e italiane in Ticino, sia a Lugano come a Bellinzona, la dice lunga sull’aria che tirava nella Svizzera italiana. Invece di essere considerato un traditore, Salvioni coi suoi figli era additato a modello e punto di riferimento, al punto da dedicargli targhe alla memoria, decorate con fregi e simbologie Italico-Romane. Perciò, pur con tutta la buona volontà di credere alla incrollabile fedeltà dei Ticinesi alla Confederazione, quantomeno essa stride con atteggiamenti che nella migliore delle ipotesi denotavano un’intensa affezione nei confronti della “Gran Madre Italia” piuttosto che della gran madre svizzera.

Il Dipartimento politico federale, del resto, proprio nel 1919 elaborò uno degli innumerevoli rapporti sulla situazione in Ticino, definendola “preoccupante”, perché, anche se nulla di veramente pericoloso emergeva tranne qualche incidente sparso non meglio precisato, il solco fra i Ticinesi e le autorità elvetiche era molto profondo e abbisognava di urgenti rimedi. Del resto, che fosse una forzatura della loro intima natura e del loro retaggio avito farli diventare a tutti i costi quel che non erano, lo capiva anche un bambino.

Come si evince da tutto ciò che si è detto fin qui, non fu il Fascismo a “inventare” la questione Ticinese, come da più parti polemicamente si afferma: essa esisteva già fin dai tempi del Risorgimento e ancor prima di questo, almeno fin da quando gli emblemi di Guglielmo Tell venivano strappati rabbiosamente dai “patriotti” per sostituirvi il Tricolore della Repubblica cisalpina, primo embrione dell’Italia unita. Il Fascismo non inventò nulla ma tutt’al più proseguì, e se gli animi in Ticino s’infervorarono ai tempi del Duce e nacque un Fascio Ticinese (il primo a Lugano nel maggio del 1921, ancor prima che il Fascismo prendesse il potere in Italia) composto da risoluti personaggi che volevano la riunione all’Italia, ciò fu la naturale conseguenza di un’irrequietezza identitaria permanente, tutt’altro che sopita dalla Costituzione elvetica, dall’integrazione democratica e dalle maldicenze degli italiani socialisti e anarchici, sciamati in Svizzera per sfuggire alla Polizia italiana tra la fine dell’800 e gli inizi del ‘900, i quali spandevano ogni sorta di denigrazione del Regno d’Italia.

I giornali “il Dovere”, “l’Adula” e poi, dal 1923, la “Squilla Italica”, furono la testimonianza di una brace identitaria che sfrigolava sotto la cenere, a cui la Polizia elvetica non lesinò sequestri, minacce, intimidazioni e incarcerazioni di redattori e giornalisti, mentre la stampa ufficiale li boicottava in tutte le maniere. Anche tenendosi lontani per prudenza da esplicite attestazioni irredentiste, accusati di essere comunque inaffidabili e italofili, i Ticinesi in generale non erano ben visti dal resto della Confederazione, nonostante i loro rappresentanti politici di tutte le tendenze si dessero da fare per mantenere l’italianità nell’alveo della più ligia fedeltà a Berna, profondendosi in pubbliche dichiarazioni di “elvetismo”. Ma la realtà dietro le quinte era diversa, e a Berna lo sapevano così bene che proibirono tassativamente per molti anni l’apertura di un sezione della società “Dante Alighieri”, noto focolaio di italianità che si sarebbe trasformato nel cavallo di Troia dell’irredentismo italiano in Ticino. Per le stesse ragioni, analogamente a quanto avveniva nell’Italia austriaca, non trovarono realizzazione agognati istituti di cultura italiana quali l’università. Non si voleva ripetere l’esperienza dell’Università di Pavia fondata da Maria Teresa d’Austria con l’intenzione di farne il centro di formazione di una classe dirigente italiana filoasburgica, che si tramutò invece in uno dei più attivi focolai del Risorgimento italiano. Quando poi se ne parlò, fu semplicemente per estendere in Ticino un ramo dell’università di Zurigo, che era cosa ben diversa. Nel 1925, un articolo di Arminio Janner sulla prestigiosa rivista culturale zurighese “Wissen und leben”, metteva testualmente in chiaro che “i Ticinesi non combatterono, non soffrirono e non si esaltarono mai in piena comunione d’amore con gli altri svizzeri, e dunque è impossibile che un Ticinese sia svizzero come un bernese o un lucernese”, aggiungendo che “il pericolo per il Ticino, ora che l’Italia è grande e forte, è che soprattutto i giovani siano attratti nelle spire del sentimento nazionale italiano”.

Il filo d’unione del Ticino con l’Italia continuò, dunque, senza che nessuno fosse in grado di spezzarlo, e dietro ad esso trapelavano nuovi propositi di aspettare l’occasione propizia, che dopo la Grande Guerra si presentò dapprima con l’impresa Dannunziana di Fiume che ebbe echi mondiali, poi con l’avvento del Fascismo che fece diventare l’Italia una potenza. I Giovani Ticinesi riuniti in un’Associazione (che in realtà era una sorta di società segreta) che guardava con speranza e fervore a D’Annunzio e poi alla nuova Italia Fascista risorta sui colli fatali di Roma, polemizzando per la blanda consistenza e lo scarso mordente delle proteste dei connazionali contro le angherie di Berna, riaprirono la ferita, riportando alla ribalta con maggior vigore la “questione Ticinese”. Anche in questo caso gli storici soprattutto elvetici parlano di sentimenti teorici e minoritari a cui la maggioranza della popolazione non dava nessun peso, ma è un pò difficile crederlo, anche perché gli austriaci dicevano la stessa cosa verso l’irredentismo italiano. Al contrario, tutte queste iniziative facevano molto rumore anche fuori dal Ticino, preoccupando costantemente le autorità svizzere. La fiamma di quei giovani non era sorta dal nulla, e il fatto che si fosse riaccesa nel clima di rassegnazione seguito alla vampata della Grande Guerra, sfidando il “reato di irredentismo” introdotto nel Codice Penale elvetico, con le gravi conseguenze che ne derivavano (licenziamento, carcerazione, espulsione), era assai significativo. Di più, essi avanzavano precise rivendicazioni le quali, pur non contemplando l’annessione del Ticino all’Italia per “non creare noie alla medesima”, di fatto servivano ad avvicinarlo sempre più a questa. Il merito dei Giovani Ticinesi fu perciò quello di denunciare le scomode verità che dovevano servire a riscuotere i conterranei dal torpore e dal timore in cui erano piombati dopo la conclusione della Grande Guerra senza che in nulla fosse mutata la loro condizione, che anzi era peggiorata per la crescente invadenza dell’elemento svizzero tedesco calante da nord. Vale la pena citare riassuntivamente alcuni illuminanti richiami e significative invettive contenute nel libro “La questione Ticinese”, stampato a Fiume nel 1923 per sfuggire alle intercettazioni della Polizia svizzera, e poi fatto sparire in tutta fretta dalle autorità elvetiche:

“Nel 1794 i Ticinesi avrebbero dovuto massacrare e impiccare ai lampioni delle strade i langfoti (i signori svizzeri) invece di limitarsi a chiedere i diritti dopo tre secoli di servaggio. L’occasione di riunirsi all’Italia è andata purtroppo persa allora, e nei libri di scuola oggi troviamo scritte un sacco di stupidaggini, come quelle sul non mai esistito Guglielmo Tell che tutti dovremmo venerare. Fin da bambini non ci viene insegnato nulla dell’Italia e delle sue glorie, al contrario è suonata la grancassa su quelle svizzere e sugli svizzeri nostri fratelli e gran guerrieri. Come no! Guerrieri che furono sonoramente sconfitti e dovettero darsela a gambe da tutta la Lombardia. Fratelli che, dopo Napoleone, volevano farci ritornare schiavi nel baliaggio. E noi non dimentichiamo le stragi e violenze che subimmo nel corso di tre secoli! Ognuno, poi, può vedere da sé com’è ridotto il Ticino in confronto alla Lombardia: la differenza con il Regno d’Italia. I lombardi vengono forse a studiare da noi o non è piuttosto il contrario? Il nostro Ticino è povero e piagato dall’emigrazione. Guardate: il Comasco è tutta una plaga fiorente. Il Canton Ticino, che è la naturale continuazione immediata del Comasco, dovrebbe del pari essere fiorente. Al contrario è desolato. Vuol dire che se fosse entro i confini italiani sarebbe florido quanto il Comasco. ” A questo proposito, venivano messe in luce le differenze fra l’emigrazione italiana e quella Ticinese, che lasciava dietro a sé il vuoto, al contrario di quella italiana, dovuta a un sovrannumero di braccia e all’aumento del 30% della popolazione dopo l’Unità, e in cui quasi tutti gli emigrati puntavano a ritornare in Patria non appena raggranellato un gruzzolo. Le analisi dei Giovani Ticinesi erano lucide e precise quanto impietose e a volte anche troppo severe nei confronti dei connazionali accusati di passività, ignoranza, e addirittura di non aver mai mosso un dito per l’Italia. Circa l’accusa d’ignoranza, si legge testualmente che: “i Ticinesi sono volutamente tenuti all’oscuro fin dai primi anni di vita di tutto ciò che è italiano, delle glorie e dei passaggi della storia dell’arte, della cultura e della civiltà italiana.” E ancora: “La Svizzera non può essere assolutamente per noi una Patria di sentimento senza mentire a noi stessi, senza rinnegarci nel sangue e nell’anima. Un primo disagio nasce subito arrivando nelle nostre cittadine, ove s’incontrano nomi vuoti, scritte banali: via della stazione, piazza della posta, piazza del sole, piazza giardino, viale dell’officina…e ci si stringe il cuore a pensare ai bei nomi gloriosi delle piazze e delle vie d’Italia che sono uno squillo di entusiasmo, una pagina di eroismo, di poesia e di bellezza.” E ancora: “Di fronte alla decadenza elvetica, noi assistiamo alla mirabile ascesa italiana. Sessantadue anni fa l’Italia si leva, vince il formidabile impero asburgico, si unifica. Dieci anni dopo, cinquantadue anni fa, rovescia il bimillenario potere temporale e conquista Roma, sua capitale. Vent’anni dopo, conquista la sua prima colonia. Dopo altri vent’anni, dodici anni fa, la sua seconda colonia, togliendola alla Turchia contro il volere di tutta Europa. Solo quattro anni dopo, nel 1915, si getta nella più grande e terribile guerra della Storia, e la vince. Una delle maggiori potenze del mondo, l’Impero austro-ungarico, per averle voluto sbarrare il cammino, è disfatto, distrutto, cancellato dalla faccia dell’Europa. Ieri, quando sembrava prostrata dinanzi alle teorie sovvertitrici, ecco che si leva di nuovo e vince. Ognuno di questi avvenimenti sembrava follemente imprevedibile il giorno prima che si compisse, mentre già si compiva. Altri se ne compiranno domani che oggi ancora sembrano follemente imprevedibili.”

Con tali manifeste premesse, l’avvento del Fascismo inevitabilmente suscitò un’intensa fiammata patriottica in Ticino, di cui fu elemento di punta il noto giornalista Aurelio Garobbio, nativo di Mendrisio (“il mio vecchio borgo lombardo”, come lo chiamava lui), già collaboratore della rivista l’“Adula” assieme a Teresa Bontempi e Rosa Colombi, quest’ultima figlia di quell’Emilio Colombi costretto a rifugiarsi a Milano perchè accusato di spionaggio a favore del Regno d’Italia durante la Grande Guerra. Sorvegliato assiduamente dalla Polizia, Garobbio fu arrestato e incarcerato dalle autorità elvetiche per il suo appassionato irredentismo, e liberato solo dietro interessamento di Galeazzo Ciano. Riparò in Italia dove continuò fino all’ultimo la sua instancabile opera per l’annessione non solo della Svizzera italiana, ma anche del Vallese (il Cantone a est del Ticino) e di tutto il Cantone dei Grigioni (a ovest del Ticino). Le sue attestazioni in proposito sono assai chiare in una lettera indirizzata al senatore Ettore Tolomei, illustre paladino dell’italianità Tridentina: “Si tratta di rivendicare terre che fecero parte dell’Italia Romana. Terre nostre, città nostre, gente del nostro sangue”. Del resto i contatti fra l’irredentismo ticinese e trentino c’erano sempre stati, e la stessa vedova di Cesare Battisti, nel suo libro “Con Cesare Battisti attraverso l’Italia”, accenna, elencando alcuni nomi, agli svizzeri italiani che, assieme ai trentini, passavano il confine per fornire informazioni al Governo italiano alla vigilia della Grande Guerra. L’allarme del governo elvetico s’intensificò con la pubblicazione a sorpresa a Varese, nel 1931, dell’Almanacco della Svizzera italiana, una vera e propria sfida lanciata dall’irredentismo ticinese, ove ogni pagina era un’esaltazione dell’Italia e una “bestemmia contro la Svizzera”, ove campeggiava in prima pagina la fotografia di Cesare Battisti, la copertina rappresentava la croce lombarda, e le ben 267 pagine pullulavano di frasi fin troppo esplicite traboccanti di Italico patriottismo, declinato al passato (con riferimenti devoti ai Duchi di Milano Visconti e Sforza), al presente (con espressioni di rabbia nei confronti della linea di confine) e al futuro (con la speranza della riunione alla vera Patria). Il fatto che una parte degli estensori degli articoli fosse anonima, fece nascere il timore che la “cordata” irredentista potesse aver intaccato perfino l’inattaccabile sfera dei pubblici funzionari e dei politici, sempre fedeli a Berna, alcuni dei quali simpatizzavano per il Fascismo.

In tutto questo, però, da parte Fascista, contrariamente a quel che si continua a propalare, non ci fu tanto di più di un normale interessamento, focalizzato principalmente attorno alla figura di Attilio Tamaro, capo della Regia Legazione a Berna, il quale tenne fino all’ultimo i contatti con gli irredentisti Ticinesi, cercando rianimarli anche quando la piega presa dalla guerra a svantaggio dell’Italia, unita alla ripulsa della Germania nazista e delle persecuzioni antiebraiche, abbatté fortemente gli animi spalancando definitivamente le porte alle forze antifasciste legate a sempre più attive enclavi di spionaggio angloamericano nonché all’organizzatissima centrale antifascista di Ginevra, attiva fin dagli anni venti, a sua volta legata alla Società delle nazioni. Le solite questioni di politica internazionale avevano dissuaso il Duce dall’intraprendere iniziative troppo dirette, sia per non guastare i rapporti commerciali con la Svizzera che inizialmente aveva mostrato simpatia verso il Fascismo e tornava utile per i prestiti finanziari che concedeva, sia perché un eventuale smembramento della Confederazione elvetica avrebbe favorito la Germania di Hitler che avrebbe inglobato la gran parte della Svizzera, di lingua tedesca, la qual cosa il Duce vedeva come uno spauracchio, dimodoché la questione Ticinese fu rimandata a tempi più favorevoli, mirando a estendere il confine italiano fino alla catena mediana delle Alpi, in modo da far da contrappeso alla Germania. Come si sa, quest’annessione come le altre non si perfezionò mai perché l’Italia si trovò immersa in una guerra molto difficile e infine dovette soccombere alla sconfitta. Fu unicamente questa la ragione del fallimento, che si profilò con il profilarsi degli insuccessi militari. Né la proibizione della camicia nera e l’energico “giro di vite” attuato dal Governo Elvetico negli anni trenta contro gli Irredentisti Ticinesi avrebbe mai potuto scongiurare, in caso di Vittoria, l’inevitabile epilogo dell’annessione all’Italia.

Nel 1935, la Rivista militare Ticinese, organo dell’elvetismo patriottico del Cantone, inneggiava con vacuo trionfalismo all’apertura di un procedimento penale, il 9 agosto, contro i “traditori della Patria” Teresa Bontempi, Rosa Colombi, Angeletta Ressiga, Giacomo Ressiga, Enrico Talamona e molti altri, già scoperti e da scoprire, definendo il giornale l’Adula “un fogliaccio maledetto”, colpevole di aver tessuto segretamente per anni i fili dell’irredentismo per poi consegnare il Ticino “legato mani e piedi all’Italia”. Inutile dire che anche in carcere i malcapitati, rei di volere la riunione alla madrepatria o di caldeggiarla soltanto, erano fatti segno a ogni sorta di scherno e di offesa. Se i militari Ticinesi dicevano d’aver radunato in piazza tremila giovani che, in piedi sull’attenti, avevano attestato la propria fedeltà alla Svizzera, non tanti di meno ne stavano radunando i fascisti nel gennaio 1934, pur bersagliati dalle autorità di governo e dagli antifascisti ormai divenuti una forza influente su cui Berna poteva fiduciosamente contare per arginare il proliferare del Fascismo in Ticino e la conseguente volontà di annetterlo all’Italia, quando organizzarono l’azione eclatante che doveva servire a lasciare il segno visibile a tutti: la “marcia” su Bellinzona, pacifica e disarmata, ma fortemente dimostrativa, con l’intento di occupare simbolicamente la sede del Governo cantonale dichiarando la volontà dell’annessione all’Italia.

A questo proposito bisogna sventare le contraffazioni storiche che di questo accadimento sono state fatte strumentalmente dagli antifascisti italiani e svizzeri, capitanati dall’agguerrito socialista ticinese Guglielmo Canevascini, il quale, dopo aver definito in un suo infiammato discorso i Fascisti ticinesi “quattro spiantati”, si era subito contraddetto parlando di un pericoloso proliferare dei medesimi in tutto il Cantone. Del resto già sulla rivista socialista “Libera stampa” del 29 maggio 1929 si poteva leggere chiaramente che “non si contano più le organizzazioni fasciste nel Cantone e le simpatie che mietono presso tutte le classi sociali”. La marcia su Bellinzona, dunque, dev’essere rivisitata partendo dall’inattendibilità storica delle fonti che l’hanno declassata, ridicolizzandola a un’iniziativa di sessanta persone giunte a Bellinzona dove ad attenderle c’erano, invece, duemila antifascisti. Che ci fossero duemila antifascisti è da provare: che ci fossero sessanta fascisti è assai improbabile, dal momento che lo scontro, cercato e voluto dagli antifascisti urlanti, scatenò una megarissa davanti al palazzo del Governo, il che significa che le due forze contendenti erano più o meno alla pari. Ma ciò che più conta è il retroscena della vicenda, raccontato nel libro di Paolo Poma “Morcote e i miei ricordi”, dove l’autore, che all’epoca era un ragazzino, descrive la violenta spedizione punitiva di cui fu testimone, attuata preventivamente dai socialisti con il beneplacito della Polizia, per far fallire la marcia, contro i Fascisti che già a centinaia si stavano radunando in piazza della Riforma a Lugano davanti al Caffè Argentino, sede storica del Fascio Ticinese, pronti a marciare alla volta di Bellinzona, capitale del Cantone. Nonostante la forte sproporzione numerica (i fascisti erano molti di più e disarmati), duecento socialisti riuscirono a prevalere, contando sul fattore sorpresa e la predeterminazione, dopo essersi impadroniti dei bastoni che reggevano i cartelli inneggianti all’Impero Romano e all’unione con Italia, bastoni coi quali diedero addosso ai capi fascisti locali, capitanati dall’ingegnere Nino Rezzonico, sfasciando completamente il “Caffè Argentino”, nell’indifferenza della Polizia, trasformando per ciò stesso il pacifico raduno appena cominciato in un fuggi fuggi generale. Si legge testualmente: “…il Caffè Argentino era un’unica rovina, con vetri e legnami sparpagliati ovunque e i tavolini letteralmente sfasciati…” Le prodezze antifasciste di cui l’autore mena vanto continuano del resto nello stesso libro quando narra di un battello entro cui si cantava “Faccetta nera” preso a lanci di cubetti di porfido da lui stesso con un amico, e del ritratto del Duce preso di mira da un lancio di calamaio in casa del nonno, divenuto pure lui fascista, in un Ticino dove, secondo lo stesso autore, il Fascismo aveva preso piede al punto che perfino alcuni di coloro che avevano fatto parte della spedizione punitiva, avevano poi cambiato idea.

In conclusione, sgombrato il campo dalla comoda teoria che fu il Fascismo ad attizzare i Ticinesi con propositi velleitari mentre questi non volevano saperne, attaccati anima e corpo alla Confederazione, fu piuttosto vero il contrario, come ho cercato a più riprese di dimostrare, e cioè che fu l’Italia a non rivendicare ufficialmente la Svizzera italiana, perché ciò avrebbe compromesso le sue posizioni e relazioni internazionali, perlomeno fino a quando non fosse divenuta forte abbastanza da sfidare ogni prevedibile reazione. Fu pertanto quest’atteggiamento di forzata rinuncia da parte dell’Italia che mai s’impegnò veramente per riavere il Ticino e i Grigioni neanche durante il Ventennio, a lasciare i Ticinesi e i Grigionesi dov’erano, e affermare il contrario è storicamente insostenibile.

La sconfitta nella seconda guerra mondiale diede il colpo di grazia ai sentimenti irredentisti italiani in quelle terre. Negli anni immediatamente successivi al ’45, la perdita pressoché completa di quei sentimenti parallelamente all’emergere economico della Svizzera, fu l’inevitabile corollario all’analogo tracollo identitario subito dagli Italiani in Patria, i quali non potevano più costituire per le terre irredente nessun punto di riferimento. Anzi, il loro comportamento anti-patriottico e autolesionista accelerò grandemente il vanificarsi dei residui aneliti identitari ovunque essi fossero.

Fu così che la fiamma dell’Italianità in Ticino si spense, anzi si trasformò in antipatia e ripulsa anti-italiana, e a tutt’oggi risulta desolatamente morta (o quasi). Ciò non può non destare in ogni italiano degno di questo nome un rimpianto e una riflessione amara su ciò che, attualmente, non è nient’altro che uno splendido ricordo che solo un miracolo potrebbe risuscitare. Nel 2012, al Palazzo dei Congressi di Lugano si è svolta una tavola rotonda organizzata dall’Unione scrittori ticinesi, sul tema “che ne è della nostra italianità?”, ma sempre sul filo del perenne equivoco e del forzato equilibrismo acrobatico, secondo me, che si possa essere italiani senza esserlo, facendo parte di un’altra nazione, il che è una contraddizione in termini.

La scelta di vivere nella Confederazione elvetica godendone i vantaggi, la proverbiale “pace”, l’ordine, il silenzio, un vita senza scosse e senza turbamenti di contro alla vulcanica esistenza dell’Italia, è l’epilogo finale di una travagliata storia che affonda le sue radici nel drammatico appello del Machiavelli a salvare il Ticino: epilogo che, attraverso le vicende occorse nello spazio di cinque secoli, rende inevitabilmente i Ticinesi di oggi dei semplici “italofoni” avulsi dall’italianità, staccati dall’antica madrepatria, tagliati fuori dalla Romanità e dai voti dei loro antenati, in un triste melanconico tramonto della loro primaria identità. Il contrario di ciò che auspicava Gabriele D’Annunzio quando, nel 1920, rivolse ad essi, da Fiume, questo ardente proclama:

“Giovani Ticinesi!

Il nostro incontro sul Campidoglio, in una grande ora di promissione, non fu invano. Ecco che Adolfo Carmine, uno tra i più animosi e tra i più costanti sostenitori della vostra e nostra causa nazionale, mi reca la vostra parola di fede e mi dona il vostro segno: il Guidone bipartito rosso e azzurro del Ticino. Ho fissato il guidone a una lancia di cavaliere e i legionari lo porteranno alla testa delle compagnie con gli altri vessilli.

 Il mio pensiero è con voi e con la vostra Terra: 

FISO ASPETTANDO PUR CHE L’ALBA NASCA. Le più belle Albe non sono ancora nate! Prope est!”

FONTE: TUTTOTSTORIA, link http://www.tuttostoria.net/storia-contemporanea.aspx?code=1137

  

 

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