Storia de «’O surdato ‘nnammurato» Cantarla in trincea poteva costare la fucilazione

da IL CORRIERE DELLA SERA 

Inutile strage, gloriosa vittoria, quarta guerra d’indipendenza, carneficina di fanti-contadini. Si può partire dalla fine per ricordare la prima guerra mondiale. L’Italia varca il Piave il 24 maggio di cento anni fa e chiama al fronte un milione e mezzo di uomini. Ragazzi di poco più di vent’anni. Strappati alle proprie terre e alle proprie famiglie. L’ottanta per cento non sapeva scrivere. Ed era difficile capirsi. Si parlava quasi solo dialetto. Le radiose giornate di Maggio con l’esuberanza degli interventisti furono dimenticate dopo un paio di mesi. Nella truppa, bloccata in trincea senza elmetti (in testa solo morbidi chepì), né scarponi adatti al fango carsico, e neppure mantelline impermeabili, si fecero largo malinconia, sconforto, rassegnazione. Alla fine del 1915 l’esercito italiano aveva registrato 235.000 perdite tra morti, feriti, ammalati, prigionieri e dispersi. È nel dilagare di questo stato d’animo che nasce la nonna di tutte le canzoni contro la guerra. In maniera semplice, spontanea. Forse ispirandosi alla lettera di un soldato inviata dal fronte alla sua amata.

Aniello Califano, rampollo di ricca famiglia di Sorrento, un po’ scapigliato e di carattere esplosivo, amava le donne e la poesia. Fugge da Sorrento con la scusa di studiare a Napoli e invece inizia a comporre versi per canzoni e corteggia molte sciantose. Con successo. Quando scoppia la guerra si trova ancora in città e frequenta sempre i tabarin. Per strada nessuno esalta il conflitto, nessuno vuole eroi. Tutti piangono i fidanzati, i mariti, i figli al fronte. Gli spettacoli nei café chantant sono pieni di retorica patriottica, fatti di lustrini, divise e bandiere tricolori. Ballerine col cappello da bersagliere. Quelle sono di moda. È la legge della propaganda. Sui giornali si legge solo di vittorie e di avanzate. Ogni tanto ci sono gli spazi bianchi della censura. Di morti no. Però nelle case di Napoli arrivano migliaia di telegrammi provenienti dallo Stato maggiore: «…è caduto nell’adempimento del proprio dovere…». Califano è un impulsivo. Ma quali inni per la patria. Scrive di getto, una notte d’agosto, una poesia e la porta all’editore Gennarelli, che aveva iniziato la carriera come rappresentante di pianoforti della casa tedesca Musikwerke di Lipsia. E che poi convergerà nella famosa casa editrice Bideri. Quando l’uomo che aveva tra i suoi collaboratori Ferdinando Russo, legge i versi si commuove. Vuole musicarli per trasformare quelle frasi in una canzone. La scelta cade su Enrico Cannio, che compone una marcetta insistente ma allo stesso tempo malinconica. Il successo è enorme. Però viene osteggiato dalla propaganda militarista. Perché, come più tardi la bollarono i fascisti del Ventennio, «è una canzone disfattista». Sì, oggi possiamo immaginarla magari come inno del Napoli, come ritornello da intonare allo stadio o alle feste, ma allora «’O surdato ‘nnammurato» era pericolosa per chi la cantava. I vertici dello stato maggiore ne capirono subito la forza e la misero al bando. Alla stessa stregua delle strofe anarchiche, di «Ta pum» e della nenia «maledetto Cadorna». Le leggi per la repressione e la censura erano severissime. Ai carabinieri venne impartito l’ordine di punire con decisione chiunque cantasse canzoni «disfattiste». Revoca delle licenze, prigione. Ma si poteva anche finire davanti a un plotone d’esecuzione. Socialisti, anarchici e codardi erano il male delle forze armate e Cadorna chiedeva «punizioni esemplari». Furono a centinaia i soldati sorpresi a cantare ‘O surdato che finirono di fronte alla corte marziale. Ma perché? Eppure il testo racconta di un innamorato che sogna la sua amata e le giura amore eterno. Non si fa alcun riferimento alla guerra.

Chi parla è un soldato, sì ma lo intuiamo solo dal titolo. Non si fa mai riferimento al fronte. Né alla patria. Si tace sulle battaglie, sul sangue, sui morti. Non si maledice, non si irride. Si sogna la propria amata e basta. Però è di fondo, in tutte la strofe, il desiderio di tornare a casa. È questa semplicità che diede grande forza alla canzone e che impaurì i vertici dello Stato maggiore. Per loro era l’inno di chi voleva tornare a casa, lasciare il fronte, la guerra. In pratica disertare. Perché sognare il ritorno dall’amata significa odiare la trincea, perché se la vita è una donna non può essere la patria. Ciò che manca al soldato è l’affetto, la pace. Il contrario della guerra. Ecco allora come un canto d’amore diventi la più grande delle condanne al conflitto, senza mai nominarlo, senza mai dire una parola contro. Anche i soldati veneti, lombardi, toscani cantarono O surdato. Gli alti comandi dopo qualche mese si arresero alla canzone che dilagava fra le truppe a metà del 1916. Dopo cento anni ‘O surdato è attualissimo. Fu osteggiato, censurato, cancellato dal fascismo. Ma non è mai morto. Non ha tempo, non ha paese o frontiera. «’O surdato ‘nnammurato» è un messaggio d’amore universale, per tutte le volte che il pensiero va alle cose importanti ma lontane e per tutte le volte che il dolore della vita si rifugia in ciò che si ama. Ultima annotazione. Ancora oggi si disputa sul come cantarla. A squarciagola, con ritmo incalzante o a bassa voce e con melodia più lenta. Ognuno ha i suoi gusti. Ma è innegabile che una delle interpretazioni più forti è quella di Anna Magnani nel film «La sciantosa» di Alfredo Giannetti del 1971. Un soffio di voce e parole dure come macigni.


LINK VIDEO, tratto dal film “La sciantosa” con Anna Magnani (Regia Alfredo Giannetti 1971) – Rai 1:
http://video.corrieredelmezzogiorno.corriere.it/quando-magnani-cantava-o-surdato-nnamurato/ae4521ac-02cd-11e5-85ba-887ace380db6

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