GIUSEPPE MOTTA: ELETTO A C.F. PER NON FAR ANNETTERE IL TICINO AL REGNO D’ITALIA 

  (Improbabile paragone)


GIUSEPPE MOTTA: ELETTO A C.F. PER NON FAR ANNETTERE IL TICINO AL REGNO D’ITALIA 



Nel 1911, a favore di “Motta consigliere federale”, ci fu l’appoggio dei politici d’oltre Gottardo.

Politici Svizzero tedeschi inquieti di fronte al crescente IRREDENTISMO ITALIANO e dubbiosi della lealtà “elvetica” dei TICINESI. Una lealtà che all’epoca, sempre più, guardava al Regno d’Italia come “probabile futuro Stato dove il Ticino doveva essere annesso”.

Quindi, i politici d’oltre Gottardo, per non rischiare di “perdere il Ticino”, dunque nell’intento di rafforzare i legami con il cantone italiano della Svizzera, elessero Motta con “plein di voti”, nel 1911, a Consigliere federale.

Nel 1915, per “pianare” le correnti irredentiste italiane in Canton Ticino, Motta, “ricevette” la carica di Presidente della Confederazione. 


(La citazione celebre di Motta quando fu eletto Presidente nel 1915:

“NON ESISTE UNA NAZIONE ITALIANA, UNA NAZIONE TEDESCA, UNA NAZIONE FRANCESE ALL’INTERNO DELLA SVIZZERA: ESISTE UNA NAZIONE SVIZZERA!”


… altro che che “lo svizzerotto” Norman Gobbi. 


E qua gli si potrebbe doverosamente rispondere, a Motta, anche in virtù del fatto che “non esiste pericolo imminente di smembramento della Svizzera”:

“NON ESISTE UNA NAZIONE SVIZZERA, ESISTONO INVECE COME NAZIONI LA FRANCIA, L’ITALIA E LA GERMANIA.”)






Ma andiamo con ordine, vediamo in maniera “neutra” questo politico VERO che appartiene alla storia Svizzera,… no mica Norman Gobbi ma Giuseppe Motta.


Nacque ad Airolo, il 29.12.1871. Figlio di Sigismondo, albergatore, incaricato dei trasporti postali tra Faido e l’ospizio del Gottardo, deputato conservatore al Gran Consiglio ticinese, e di Paolina Dazzoni. 

Dopo il collegio Papio di Ascona (fino al 1887) e il Saint-Michel di Friburgo (1887-89), studiò diritto alle Università di Friburgo, Monaco di Baviera e Heidelberg, conseguendo il dottorato nel 1893. Dal 1895 fino all’elezione in Consiglio federale fu avvocato e notaio ad Airolo, divenendo tra l’altro consulente legale delle Gotthardwerke di Bodio, legate alla AG Motor (Brown Boveri & Cie), e delle Granitwerke. Eletto al Gran Consiglio ticinese nel 1895, ben presto si mise in luce tra i maggiori esponenti del partito conservatore, che si sforzò di ammodernare e “laicizzare”. In un discorso del 1907 chiese ai partiti ticinesi di cessare le polemiche sterili e di aprirsi alla collaborazione nell’interesse generale del cantone.

Deputato al Consiglio nazionale dal 1899, difese tra l’altro il diritto di asilo, che riteneva dovesse essere accordato non solo alle persone ma anche alle idee, e il sistema proporzionale, in cui vide l’evoluzione naturale dell’ideale democratico.

Già avanzata nel 1908, la sua candidatura al Consiglio federale venne riproposta nel 1911, dopo la morte di Josef Anton Schobinger nel mese di novembre. A favore di Motta militarono l’appoggio compatto dei partiti ticinesi ed in particolare il desiderio dei politici d’oltre Gottardo, inquieti di fronte ai rigurgiti del nazionalismo italiano e dubbiosi della lealtà patriottica dei Ticinesi, di rafforzare i legami del cantone italiano con la Svizzera. Il 14.12.1911 Motta venne brillantemente eletto con 184 voti su 199 (206 votanti) e succedette a Robert Comtesse alla testa del Dipartimento delle finanze e dogane. La prima guerra mondiale e le ingenti spese di mobilitazione costrinsero il Consiglio federale a varare una serie di misure impopolari: imposta federale di guerra, imposta sui profitti di guerra e tassa di bollo. Nel 1918 Motta combatté con vigore l’iniziativa socialista per un’imposta federale diretta, poi respinta di misura dal popolo, ma in seguito fu costretto a proporre una seconda imposta straordinaria di guerra. Poco dopo lo sciopero generale del 1918, in un discorso al Consiglio degli Stati auspicò una politica di solidarietà sociale, che si opponesse alla rivoluzione evitando tuttavia gli eccessi della reazione.


Eletto pres. della Conf. per il 1920 (carica che ricoprì anche negli anni 1915, 1927, 1932 e 1937), Motta diresse, da allora e fino alla morte, il Dipartimento politico. Dovette subito affrontare la grave questione dell’adesione della Svizzera alla Società delle Nazioni (SdN), in favore della quale si era già molto adoperato il suo predecessore Felix Calonder. Con ripetuti interventi presso i responsabili del partito conservatore e la gerarchia cattolica, Motta influì certamente sull’opinione dei cattolici svizzeri, contribuendo così al successo della votazione popolare (16.5.1920) che sancì l’entrata della Svizzera nella SdN e inaugurò il periodo della cosiddetta neutralità differenziata. Oratore ascoltato della tribuna ginevrina, Motta intervenne più volte in favore dell’universalità della SdN e a difesa del principio dell’arbitrato interno.


Nella questione dei rapporti con Mosca, che appassionò l’opinione pubblica, Motta sostenne che la Svizzera dovesse riconoscere de jure l’URSS. Nel 1927 l’accordo firmato a Berlino con i Sovietici sembrò preludere a un avvicinamento, ma le reazioni vivacissime dell’opinione pubblica, soprattutto romanda, indussero il Consiglio federale a maggiore prudenza. Nel 1934, quando l’Unione Sovietica pose ufficialmente la sua candidatura alla SdN, Motta ritenne in un primo tempo che la delegazione elvetica dovesse astenersi. Anche in questo caso la pressione dell’opinione pubblica indusse però Motta e i suoi colleghi a votare contro l’adesione dell’URSS.




I rapporti con l’Italia, a cui Motta prestò particolare attenzione, furono caratterizzati sul piano ufficiale da grande cordialità. I molti incidenti suscitati dalla presenza di rifugiati antifascisti e dei fasci italici e dalla propaganda di stampo irredentistico non intaccarono fondamentalmente l’amicizia con Roma, che per il capo della diplomazia aveva priorità sulla difesa del diritto di asilo. L’invasione italiana dell’Etiopia e le sanzioni economiche della SdN contro l’Italia posero Motta in una situazione molto delicata: in definitiva più che il Patto della SdN fu la difesa della neutralità e degli interessi economici a determinare la posizione della Svizzera, che partecipò alle sanzioni in modo molto limitato e quasi simbolico. Nel dicembre del 1936, su proposta di Motta al Consiglio federale, la Svizzera fu il primo Paese neutrale a riconoscere de jure l’Impero italiano in Africa. In seguito sia alla crisi della SdN sia alle minacce di referendum popolare perché la Svizzera si ritirasse dall’istituzione, Motta cercò di ridurre i legami con essa; nel maggio del 1938 il Consiglio della SdN liberò infine la Confederazione da ogni obbligo di sanzione.


I rapporti della Svizzera con il Terzo Reich furono in gran parte condizionati dagli ingenti scambi economici fra i due Paesi e dai cospicui investimenti elvetici in Germania, su cui Motta ovviamente non poté influire molto. A livello diplomatico si sforzò soprattutto di ottenere da Adolf Hitler la promessa ufficiale di rispettare la neutralità elvetica. Pur perseguendo essenzialmente una politica di modus vivendi con il minaccioso vicino del nord, la linea di Motta non mancò di fermezza; riuscì così a ottenere la riconsegna di Berthold Jacob, giornalista rapito a Basilea dalla Gestapo nel 1935. Nel dicembre del 1938 Motta prese posizione contro le pretese esorbitanti della stampa nazista, che voleva imporre una sorta di neutralità “totalitaria” all’intera opinione pubblica elvetica.


Attivo per un ventennio consecutivo (la cosiddetta “era Motta”) sulla scena Svizzera e ticinese, Motta esercitò sulla politica estera elvetica un influsso diretto e personale, che non va tuttavia sopravvalutato. Nei rapporti con Mosca, ad esempio, malgrado il suo anticomunismo e il suo antisocialismo, non fu il fautore della linea più dura in seno al governo, anche se toccò a lui difendere pubblicamente tale posizione. Egli in genere rispettò la regola della collegialità; la sua impronta personale fu invece più evidente nei rapporti con l’Italia e la SdN. La sua azione politica può essere vista come uno sforzo di sintesi fra idealismo e realismo politico; il contesto interno minaccioso degli anni 1930-40 e la crisi della SdN lo spinsero tuttavia a porre l’accento sulla Realpolitik, cercando di salvaguardare a ogni costo i rapporti con il Terzo Reich e con l’Italia.



Opere

– Testimonia Temporum: Discorsi e scritti scelti (1911-1940), 3 voll., 1931-1941

Archivi

– Fondo personale presso AFS

Fonti

– DDS, 6-13

Bibliografia

– J. R. von Salis, G. Motta. Dreissig Jahre eidgenössische Politik, 1941

– «Zum 100. Geburtstag von G. Motta», in Schweizer Rundschau, 70, 1971, 370-464

– M. Rigonalli, Le Tessin dans les relations entre la Suisse et l’Italie 1922-1940, 1984

– M. Cerutti, Fra Roma e Berna, 1986

– Altermatt, Consiglieri federali, 307-313

– M. Trisconi, G. Motta e i suoi corrispondenti (1915-1939), 1996

– Pubbl. CIE, 17




FONTE/Autore: HLS/Mauro Cerutti/L.M.D.


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