LA GUERRA DI VALTELLINA 

La Valtellina “era Svizzera italiana” (scusate questo termine volgarissimo, ma serve “a rendere l’idea”) tanto quanto l’altro lembo di Lombardia recentemente rinominato Canton Ticino.

La Valtellina è ricca di storia, tanto quanto il Cantone Ticino. Ma, per la Valtellina, c’è un periodo che la vede “un ramo” della storia europea: la guerra di Valtellina “ramo” della “guerra dei trent’anni”.

 

  

FONTE: WIKIPEDIA 

La guerra di Valtellina fu un conflitto per il controllo della Valtellina e delle contee di Bormio e Chiavenna, che durò dal 1620 al 1639, nel contesto della guerra dei trent’anni e dei cosiddetti Bündner Wirren (“torbidi grigionesi”) che scuotevano la regione retica in quel periodo.
La guerra di Valtellina vide coinvolti soprattutto il Regno di Spagna di Filippo IV d’Asburgo e il Sacro Romano Impero da una parte, e la Repubblica delle Tre Leghe dall’altra. Ben presto entrò nel conflitto anche un’alleanza formata dalla repubblica di Venezia, Carlo Emanuele I di Savoia e Luigi XIII di Francia, ufficialmente schierata dalla parte della Repubblica delle Tre Leghe, anche se di fatto – nell’ultima fase del conflitto – le Tre Leghe si scontrarono proprio con i Francesi, riottenendo in cambio dagli Spagnoli il controllo della Valtellina.
La Repubblica delle Tre Leghe aveva interesse a mantenere la Valtellina nella propria sfera di controllo perché si trattava di una valle fertile a sud delle Alpi, importante via di comunicazione per i commerci (e quindi terreno favorevole per l’imposizione di tasse). Gli Spagnoli, invece, erano interessati soprattutto all’importanza strategica della Valtellina, perché attraverso i passi dello Stelvio e dell’Umbrail potevano passare dal Ducato di Milano al Tirolo, anch’esso appartenente alla stessa dinastia Asburgo allora regnante in Spagna.



L’occupazione grigionese della Valtellina 

La Valtellina (divisa in terzieri: inferiore, di mezzo e superiore) e le due contee erano, all’epoca, “territori soggetti” della Libera Repubblica delle Tre Leghe (una federazione formata da Lega Grigia, Lega della Casa di Dio e Lega delle Dieci Giurisdizioni, unitesi tra di loro a Vazerol nel 1471).
Già più di un secolo prima della guerra di Valtellina, in dettaglio il 27 febbraio 1487, un esercito proveniente da Coira (capitale della Lega della Casa di Dio) e dalla Lega delle Dieci Giurisdizioni, circa sei o settemila fanti, con cavalli e donne al seguito, sceso attraverso la Valdidentro, si era presentato alle porte di Bormio. Al comando dell’esercito grigionese erano i capitani Giovanni Loher, Ermanno Capaul e Nicola Buol.
Le truppe del duca di Milano, Ludovico il Moro, allora signore anche della Valtellina e delle due contee, rinunciarono a difendere la città, che venne saccheggiata. Dopo il saccheggio di Bormio, l’esercito dei Grigioni cominciò a scendere lungo la valle dell’Adda. Sorpassata Grosotto (che secondo la tradizione venne risparmiata perché i soldati si erano commossi alla vista della processione che usciva dal villaggio implorando misericordia (episodio che venne ritenuto dai grosottini un intervento divino e portò alla costruzione del locale santuario della Vergine delle Grazie), i Grigioni si impadronirono di Tirano, Teglio e Sondrio.
A questo punto le truppe del Ducato di Milano si mossero per fermare l’avanzata dei Grigioni e, dopo alcuni episodi sfavorevoli, riuscirono a sconfiggerli nella piana di Caiolo. Dopo ulteriori scontri si stipulò un trattato di pace ad Ardenno (ancora nel 1487), che prevedeva anche il pagamento, da parte di Ludovico il Moro alle Tre Leghe, di 12.000 ducati come risarcimento per i danni di guerra (ciò significa, quindi, che dallo scontro i Grigioni erano usciti in qualche modo superiori).
Nel 1500, dopo l’assedio di Novara e la sconfitta dei Milanesi, Ludovico il Moro perse il ducato di Milano, che insieme con la Valtellina passò al re di Francia, Luigi XII.
Dopo dodici anni di dominio francese, che si dimostrò dispotico ed arrogante ai danni della popolazione locale, nel 1512 Valtellina e Valchiavenna vennero nuovamente invase dai Grigioni, che questa volta vennero accolti con sollievo anche da parte dei Valtellinesi e Chiavennaschi. Il 13 aprile 1513 venne sottoscritto a Ilanz un patto tra le Tre Leghe e i Valtellinesi (del quale, però, si conserva solo una copia seicentesca, sulla cui validità gli storici nutrono dubbi); in esso, i Grigioni si rivolgevano ai Valtellinesi con l’appellativo di “cari confederati”.
Per allontanare i rischi di successo di una eventuale rivolta, nel 1526 i Grigioni fecero demolire tutti i castelli di Valtellina e Valchiavenna. Anche la pressione fiscale sulle popolazioni locali si mantenne sempre abbastanza elevata: per esigere un pagamento delle tasse proporzionale al patrimonio posseduto, i Grigioni indissero un estimo generale, uno dei primi esempi di catasto condotto con criteri simili a quelli moderni.
Valtellina e Valchiavenna, comunque, godevano di un alto grado di autonomia. La Valtellina vera e propria, sempre divisa in tre terzieri, era amministrata da un “consiglio di valle”, con deputati nominati da ciascuna delle comunità locali (gli agenti). Le due contee di Bormio e Chiavenna si amministravano autonomamente ma, per le questioni di comune interesse, mandavano al consiglio di valle o il loro voto per iscritto, o alcuni deputati delegati a rappresentarne gli interessi. Nel 1531 i Valtellinesi compilarono una raccolta organica e unificata delle loro leggi o statuti, e la presentarono alla dieta delle Tre Leghe, che la approvò: nascevano così gli Statuti di Valtellina. Un governatore, con mandato biennale, era il rappresentante del governo delle Tre Leghe nelle valli.




La Riforma in Valtellina

La guerra di Valtellina fu anche una conseguenza diretta delle tensioni esistenti in quel territorio tra cristiani cattolici e cristiani riformati.

Tra il 1526 e il 1527, a seguito di una pubblica disputa tra cattolici e riformati, tenutasi a Ilanz (capoluogo della Lega Grigia), e dell’abolizione della celebrazione della messa decretata dal consiglio della città di Coira (capoluogo della Lega della Casa di Dio), circa la metà dei comuni grigioni passarono progressivamente alla Riforma protestante.
In quell’occasione, era stato emanato anche un editto di tolleranza (Toleranzedict), con il quale si riconosceva la facoltà di praticare, all’interno del territorio delle Tre Leghe, la confessione cattolica accanto a quella riformata.
L’applicazione di tale principio, tuttavia, si profilò fin dall’inizio alquanto complessa nei territori soggetti. Qui la presenza di cristiani evangelici era connessa soprattutto con l’emigrazione dall’Italia di molti esuli perseguitati per la loro adesione – dichiarata o sospettata – alla Riforma, e per questo ricercati dall’Inquisizione. Si trattava, in genere, di personaggi di elevato livello culturale, spesso provenienti da ambienti umanistici. Per costoro, le valli dell’Adda e della Mera costituivano un rifugio ideale, in quanto erano territori non appartenenti a Stati della penisola italiana, erano soggetti ad un regime di parziale tolleranza religiosa, e tuttavia di lingua e di cultura italiane. Nonostante l’impegno profuso nella predicazione e nella diffusione della Riforma da parte di personaggi anche degni di nota dal punto di vista culturale – tra questi Pier Paolo Vergerio, già arcivescovo di Capodistria – buona parte della popolazione di Valtellina, Chiavenna e Bormio si era dimostrata impermeabile al protestantesimo, spesso visto come una “novità” estranea alle tradizioni locali. Ciò non impedì, tuttavia, il costituirsi di alcune comunità evangeliche nella Valtellina (fino al 1620 nel “Terziere di mezzo” della Valtellina erano presenti tredici comunità abbastanza numerose, che a loro volta si suddividevano in molti gruppi locali disseminati nelle frazioni), oltre ad alcune chiese riformate nella valle della Mera, tra cui quella, assai numerosa e vivace, del capoluogo Chiavenna.
Le singole comunità civili locali, in quanto suddite delle Tre Leghe, erano vincolate dai deliberati dell’annuale dieta federale e pertanto non potevano decidere in merito all’una o all’altra confessione. La legislazione retica in campo religioso, sia perché condizionata dalla forte componente riformata, sia perché preoccupata di tutelare la minoranza protestante nei territori soggetti, finì per sbilanciarsi a favore degli evangelici riformati presenti in Valtellina e Valchiavenna, e quindi a danno della popolazione locale cattolica. In particolare con i deliberati del 1557-1558 si impose alle comunità locali l’obbligo di lasciare ai riformati una delle chiese dove ve ne fosse più di una (o che cattolici e riformati facessero uso comune della chiesa quando questa fosse l’unico luogo di culto), nonché di mantenere i pastori riformati esattamente come i parroci cattolici, talora dirottando a questo scopo le entrate provenienti da benefici ecclesiastici già esistenti.
Le disposizioni della Repubblica delle Tre Leghe, inoltre, comprendevano anche alcune norme restrittive della giurisdizione ecclesiastica del vescovo di Como e circa la presenza di Ordini religiosi nel territorio valtellinese. Questi provvedimenti finirono per suscitare reazioni da parte della componente cattolica della popolazione, che tra l’altro rimaneva nettamente maggioritaria.



Prima fase del conflitto: dalla strage dei protestanti alla pace di Monzón 

Le autorità grigionesi si dichiararono sempre favorevoli a una convivenza tra le due confessioni cristiane, la cattolica-romana e la riformata, ma di fatto questa posizione di equilibrio fu vista, dalla maggioranza dei Valtellinesi che non avevano aderito alla Riforma, come un appoggio più o meno velato alla parte protestante.
Queste tensioni, aggravatesi con la morte dell’arciprete di Sondrio, Nicolò Rusca, condussero ineluttabilmente al “Sacro Macello” del 1620, in cui diverse centinaia di evangelici, in stragrande maggioranza valtellinesi, furono massacrati da squadre di cattolici agli ordini di nobili locali filo-spagnoli. La cruenta rivolta, fomentata e coordinata a distanza dal governatore spagnolo di Milano, il duca di Feria, e ebbe così la sua manifestazione più eclatante nella strage dei protestanti che avevano convissuto per almeno ottant’anni con i cattolici della valle.
Agli Spagnoli si oppose fermamente il partito filoveneziano presente nelle Tre Leghe, allora dominato dalla famiglia Salis: molti simpatizzanti per la Spagna (che pure in minoranza erano presenti anche tra i Grigioni) furono oggetto di assassini mirati, a partire dal signorotto engadinese Pompejus Planta.
Dopo il Macello i Grigioni si videro costretti a ritirarsi a nord delle Alpi e la Valtellina venne invasa militarmente dagli Spagnoli, presenti in forze massicce al forte di Fuentes. Il duca di Feria, infatti, aveva inviato truppe in appoggio ai cattolici, truppe che in breve tempo occuparono militarmente l’area, riportando la Valtellina sotto il dominio asburgico.
Nel 1624 un esercito francese invase la Valtellina ai comandi del duca di Rohan (di confessione ugonotta, quindi protestante come la maggioranza dei Grigioni).
Con la pace di Monzón tra Francia e Spagna (1626) il cardinale Richelieu riuscì a mettere in discussione l’egemonia asburgica sull’Italia settentrionale. Consapevole dell’impreparazione della Francia di fronte ad una guerra in tutta Europa, e impegnato con la difficile questione interna degli Ugonotti, Richelieu preferì ricercare un accordo con la Spagna per risolvere la questione diplomaticamente. Con la firma del trattato la Valtellina ritornava sotto il dominio dei Grigioni, che vi permettevano il culto cattolico in cambio di un tributo annuo. I magistrati locali venivano eletti dai Valtellinesi e approvati dai Grigioni. La fortezze passavano sotto il controllo del papa che provvedeva alla loro demolizione.
In realtà, però, la Spagna rimase nei territori occupati, causando la continuazione del conflitto.



Seconda fase del conflitto: dalla pace di Monzón alla capitolazione di Milano

Nel 1631 i Francesi organizzarono una nuova campagna militare, mirante a cacciare gli Spagnoli dalla Valtellina, che doveva essere riconsegnata alle Tre Leghe. Nel 1635 gli Spagnoli cattolici furono finalmente cacciati.
A questo punto, però, la Francia non si dimostrò affatto intenzionata a restituire ai Grigioni le terre liberate. Diversi esponenti grigionesi cominciarono a trattare segretamente proprio con gli Spagnoli e gli Austriaci (il cosiddetto Kettenbund). Nel 1637 Jürg Jenatsch, convertitosi al cattolicesimo, comandò una rivolta che portò alla cacciata del duca di Rohan e dei Francesi dalla Valtellina e dalle altre terre dei Grigioni.


Trattative con la Spagna e l’Austria furono portate avanti dai Grigioni per ottenere il ritorno definitivo della Valtellina sotto la sovranità grigionese. Nel 1639, con il cosiddetto Capitolato di Milano, la Valtellina veniva riconsegnata dagli Spagnoli ai Grigioni, a condizione che questi vi tollerassero solo la confessione cattolica (uno dei punti fermi imposti dal papato era che non esistesse nessun governo protestante a sud delle Alpi): salvo i funzionari governativi, nessun protestante poteva dimorare in Valtellina più a lungo di tre mesi. I Grigioni riebbero così la Valtellina, che governarono fino al 1797, e si concludeva la cosiddetta Guerra per la Valtellina, uno degli episodi più tumultuosi e sanguinosi della Guerra dei Trent’anni.

LINK: https://it.m.wikipedia.org/wiki/Guerra_di_Valtellina


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