Giuseppe Prezzoloni, il grande intellettuale italiano che “rivendicava il Ticino”

di Gennaro Sangiuliano

Giuseppe Prezzolini naque a Perugia il 27 gennaio 1882, fu giornalista, scrittore, editore, irredentista italiano. Dal 1940 ebbe anche la cittadinanza statunitense. Mori il 14 Luglio del 1982.

  (Giuseppe Prezzolini)

Il 14 gennaio del 1982 Giuseppe Prezzolini veniva ricevuto al Quirinale per essere premiato dall’allora presidente della Repubblica Sandro Pertini con la Penna d’Oro. Era presente alla cerimonia il presidente del Consiglio, Giovanni Spadolini, che di Prezzolini, da sempre, si era dichiarato amico e ammiratore. Una cerimonia breve e non senza tribolazioni per gli organizzatori preoccupati dall’incontro di due vecchi, Prezzolini e Pertini, sicuramente di non facile carattere, per certi versi simili. E, infatti, la temuta battuta mordace non mancò. Quando Pertini, sul finire della cerimonia chiese allo scrittore perché non tornasse a vivere in Italia, Prezzolini replicò caustico: “Stia tranquillo presidente! In Italia ci vengo tutti i giovedì a comprare la verdura”. Alludendo alle brevi puntate che da Lugano faceva per far spese oltreconfine. E aggiunse: “Piuttosto venga lei a farmi visita in Svizzera, visto che è anche più giovane di me di quindici anni”. Dopo cent’anni l’Italia ufficiale si accorgeva di questo protagonista della sua cultura. Lo faceva a pochi mesi dalla sua morte perché la lunga vita di Prezzolini si concluderà il 14 luglio del 1982. Il racconto di questo aneddoto, uno dei tanti, magari banale, serve a sottolineare quanto una biografia intellettuale non possa, in questo caso, essere disgiunta dal carattere dell’uomo. Vivere cent’anni è già di per sé un atto notevole. Non solo perché, come è ovvio, questa longevità è ancora rara nella maggioranza degli uomini. Ma, perché, significa essere testimoni di un lungo tempo, significa attraversare epoche, stagioni, mode, costumi. E significa anche sottoporsi a sofferenze: guerre, malattie, veder morire e andar via affetti familiari, amori, amici, subire delusioni. La longevità è un dono di Dio, che come tale, nel bene e nel male, è anche una prova.
Se questa longevità, poi, coincide con cento anni di intensa, riconosciuta, proficua attività culturale, allora chi la porta finisce per essere “testimone” di un tempo. Dove alla qualifica di “testimone” va conferito un significato molto profondo. Giuseppe Prezzolini è stato il testimone di un lungo tempo della cultura italiana. Ed è stato, a suo modo, soprattutto un protagonista di questo lungo tempo. La sua vita, senza che lui lo abbia ricercato, è un crocevia ineguagliabile di personaggi, esperienze, tendenze di arte, di letteratura, di filosofia. Ha attraversato le tragedie del Novecento, le sue due guerre mondiali, le due ricostruzioni, le speranze di pace. Dopo, la Guerra Fredda, la separazione del mondo in due. Ha vissuto trentatré anni negli Stati Uniti, molti altri in Francia e in Svizzera. E’ nato a Perugia (“per caso”, come lui stesso spesso ripeterà), è stato toscano di adozione e soprattutto di convinzione (la sua famiglia era originaria di Siena), ha conosciuto bene Roma e il Sud d’Italia, dove ha vissuto sei anni. A ottant’anni superati ha continuato a viaggiare, a ispezionare luoghi, a conoscere Paesi e gente. Alla fine di questo peregrinare si ritrova in lui una multi-culturalità rara negli intellettuali italiani, data anche dalla capacità di scrivere correttamente in due lingue (italiano e inglese), dalla conoscenza precisa di diversi mondi letterari (anglosassone, francese, tedesco), e soprattutto dalla capacità di cogliere sfumature e peculiarità del costume di popoli con cui aveva convissuto per lunghi periodi.
Tuttavia, sarebbe riduttivo ragionare solo sulla sua longevità perché la sua testimonianza è stata molto di più. Se scegliamo come parametro di riferimento quella marcata tendenza del carattere italiano all’uniformità conformista, alle zone grigie e indistinte, al politically correct, alla comodità della vita quotidiana in luogo della difesa dei propri ideali, alla ricerca del compromesso voltafaccia, Prezzolini è stato l’antitaliano. O meglio, è stato la risposta di un conservatore capace di trarre i valori autentici della tradizione nazionale e contrapporli a quel politicamente corretto che si risolve in conformismo spesso ancora imperante in Italia. Il continuo ritorno a Machiavelli, al valore della stagione dei comuni, all’Umanesimo culturale, muovono uno dei suoi saggi più importanti, dove il titolo è un programma: L’Italia finisce: ecco ciò che resta. Ha osservato Giovanni Spadolini: “Sì: il caso Prezzolini è stato uno dei più significativi della cultura contemporanea del nostro Paese. Prezzolini ha incarnato una costante esigenza critica e scettica in un mondo di cultura sempre più tendente al conformismo e all’ortodossia, meglio ancora ai conformismi e alle ortodossie”.
La sua vita è una tappa fondamentale per chi voglia ricostruire gli incontri, gli intrecci, le parentele della cultura italiana del Novecento. E’ l’inizio e la fine del Novecento e anche la possibilità di misurare la diffusione della nostra cultura oltreoceano. E’ la conoscenza intensa, a volte l’amicizia o lo scontro, con tanti protagonisti: Giovanni Amendola, Apollinaire, Henry Bergson, Giovanni Boine, Vincenzo Cardarelli, Giosuè Carducci, Carlo Carra, Emilio Cecchi, Enrico Corradini, Benedetto Croce, Giovanni Gentile, Piero Gobetti, Gabriele D’Annunzio, Enrico Einaudi, Curzio Malaparte, Tommaso Filippo Marinetti, Vilfredo Pareto, Charles Péguy, Piero Jahier, Clemente Rebora, Umberto Saba, Gaetano Salvemini, Ardengo Soffici, George Sorel, Giuseppe Ungaretti, Romolo Murri. Il prolifico legame con Giovanni Papini. L’amicizia tanto personale quanto particolare con Benito Mussolini. E poi, tanti altri protagonisti, di tante altre stagioni: Giovanni Ansaldo, il cardinale Benelli, Oriana Fallaci, Renzo De Felice, André Gide, Mario Missiroli, Henry Furst, Indro Montanelli, Papa Montini, Alberto Moravia, Giovanni Spadolini, Sandro Pertini. È difficile enumerarli tutti, facile compiere delle omissioni, scorrendo l’indice dei nomi di un qualsiasi volume sulla cultura del Novecento italiano o su qualcuno dei suoi protagonisti quasi sempre ci si imbatte in Prezzolini, a testimonianza della sua diffusa e significativa presenza.

Questo “anarchico conservatore”, come lui stesso ebbe a definirsi, ha attraversato le grandi ideologie e molteplici stagioni della cultura, illusioni e disillusioni. Il suo nome è legato a quella straordinaria esperienza che è stata La Voce, quella che Malaparte definì la “serra calda del fascismo e dell’antifascismo”. Prezzolini la inventò e la condusse da giovanissimo, ma è insufficiente relegarlo solo a quella stagione, perché è stato il fondatore, l’ideatore, il protagonista di altre mille avventure intellettuali. “L’editore più intelligente d’Italia”, come lo definì Gobetti, che cominciò poco più che adolescente con il Leonardo e il Regno. 
È stato un fiume dai mille e più diversi affluenti. La sua irregolarità è anche nella natura dei suoi scritti che non sono catalogabili entro parametri tradizionali: non si tratta di romanzi, non si tratta di pièces teatrali, di poesia, di ricerche storiografiche, di opere politologiche e filosofiche in senso stretto. Ma nemmeno di critica letteraria alla maniera tradizionale (se si prescinde da alcuni studi sui mistici tedeschi risalenti agli anni Dieci e al monumentale repertorio bibliografico della storia e della critica della letteratura italiana). Ha sottolineato la sua allieva preferita, suor Margherita Marchione: “La sua penna va dal misticismo tedesco a una storia erudita degli spaghetti”. Prezzolini è stato un intellettuale, nel senso più vasto del termine, che nella sua vita ha affrontato, con grandi intuizioni, i temi e i campi più disparati, passando dalla politica alla filosofia, dalla sociologia al costume, dalla memorialistica alla storiografia, dalla gastronomia alla critica d’arte. Più tardi questa versatilità intellettuale, che in gioventù gli era stata spontanea, verrà codificata in un preciso rifiuto della cultura ufficiale. La sua opera è sempre pervasa da uno spirito indagatore che rifiuta posizioni aprioristiche e dona “quella capacità concreta di aprirsi completamente dinanzi al lettore, senza finzioni di sorta o sterili schematismi mentali da difendere a tutti i costi”. Nel fluire della sua lunga vita non ha curato la carriera, non ha accumulato patrimoni, né tantomeno titoli. Avrebbe potuto farlo. Osserva Marina Campanile: “L’uomo di cultura incarnato da Prezzolini ha un’identità che rifugge dalle definizioni sociali; non ha stipendi, non ha mandanti, ma è parte di un’intellighentia che si organizza e pensa come un ceto dirigenziale alternativo a quello politico…”.
La contraddizione è stata in lui un sistema di vita, punteggiata da un sottile gioco degli opposti. Non si è laureato ma è stato lo stimato docente di una delle più prestigiose università americane, ha avuto la tessera di giornalista solo a ottantasei anni ma illustri direttori di giornali (Longanesi, Ansaldo, Spadolini, Montanelli, Missiroli) lo hanno eretto a loro maestro, non ha fatto politica ma qualcuno lo ha definito “impresario di movimenti politici”, non ha mai brigato per ottenere onorificenze ma è stato fatto cavaliere di Gran Croce. Lontano e critico verso le esibizioni belliche dannunziane, brigò per farsi riformare alla leva militare ma poi ha combattuto da volontario la Prima guerra mondiale, facendo con onore la sua parte. Autore di dotti saggi sulla letteratura italiana deve il suo successo negli Usa ad un libro curioso che parla di arte culinaria: Spaghetti-dinner. E’ stato a suo modo l’alfiere di una certa italianità, oltre che un efficace e attivo missionario della cultura italiana oltreoceano; diffuse la lingua d’origine e scrisse sempre in italiano ma poi prese la cittadinanza statunitense. La longevità gli è capitata come un accidente, non l’ha cercata, non ha mai programmato e si è sempre comportato come se dovesse morire il giorno dopo. “Mi sono scelto gli antenati giusti”, ironizzò in un’intervista. Non si è risparmiato. Lui stesso in occasione delle celebrazioni del suo centenario scrisse: “Cent’anni. Una Cifra. Un simbolo ed un’attesa. Mi chiedon cosa pensi di questo spazio di tempo. Di quegli anni in me giacciono sepolti molte delusioni, molti sconforti e disperazioni. Ed anche molti amori, amicizie, benefizi e forse elemosine: fatene un variopinto telone sul quale sarà scritto il mio parere. Quando guardo indietro tanto spazio di tempo, mi pare d’essere un giudice non ignaro di essere anche lui colpevole: ma con la condizionale”.
Una sola cosa, come riconosciuto ormai da tutti, Prezzolini ha curato e preservato, talora a caro prezzo: la sua libertà. Lui che non amava i beni materiali fece della sua indipendenza e libertà di espressione un totem inviolabile. “Un uomo unico per coerenza intellettuale”, secondo la definizione data dallo storico Renzo De Felice. All’amico Mussolini, di cui fu editore e in un certo senso scopritore, avrebbe potuto chiedere tutto, la nomina ad accademico, quella ad ambasciatore o a senatore. Lui che con l’antifascismo non volle mai avere nulla a che fare gli chiese la liberazione di un oppositore al regime e alcuni mobili per Casa Italiana (l’istituzione culturale di cui fu direttore negli Usa). E, viceversa, quando il fascismo cadde travolto dalla sconfitta e intellettuali sfacciatamente compromessi con il regime prendevano dalla sera al mattino le distanze, Prezzolini sfidando l’impopolarità continuava a dare del movimento mussoliniano un giudizio articolato e obiettivo. La libertà è per Prezzolini il bene supremo dell’uomo. “La prima, grande lezione di Prezzolini – scrive Mario Tedeschi – riguarda dunque la vita. Essere uomini è difficile, essere liberi è difficile; sono lussi che si pagano con la rinuncia a tutto ciò che, per la maggioranza, rende l’esistenza piacevole, o facile”. Del resto, l’uomo libero deve saper affermare la qualità sulla quantità, discernendo sempre la realtà dalle facili e ingannevoli suggestioni che prendono la maggioranza. Assieme alla libertà, nella sua lunga vita, Giuseppe Prezzolini non fece mai venir meno una pungente ironia, prima verso sè stesso e poi verso gli altri. La sua prosa è spesso costellata di giudizi feroci, una tendenza all’ironia che è naturaliter nel grande conservatore, un connotato inscindibile. Vale per lui quello che osserva Thomas Mann nelle Considerazioni di un impolitico: “Ironia e conservatorismo sono due stati d’animo strettamente affini”. 
Una vena satirica persistente che ne fece un uomo di grande simpatia (per chi aveva l’argutezza di comprenderne l’essenza) ma che talora sconfinava nell’amarezza e nello scetticismo. Nella sua autobiografia sceglie per sintetizzarsi una piccante definizione L’italiano inutile. Quando nel 1974 l’editore Rusconi gli rese omaggio pubblicando un’antologia de La Voce, non esitò a definirla il “mio monumento funebre”. Alla pomposa delegazione ufficiale del governo italiano giunta a Lugano per le celebrazioni dei cent’anni, dice chiaro: “Vi ringrazio ma fatemi domande, indiscrete, quelle discrete le conoscono tutti!”. Indro Montanelli ne sintetizzò mirabilmente il personaggio ed il carattere nel racconto del loro primo incontro a New York, nel 1950. Risponde al comune amico Cecchi: “L’“omo” l’ho trovato meno difficile di come dicevi; ma lo “zuccone” infinitamente più duro…”.Tutto questo ne fa un personaggio unico, un testimone esemplare e molto più, che nella diversità di esperienze e provenienze, ha forse un pari solo in Ernst Jünger. Ha scritto Marcello Veneziani: “Sono ormai lontani i tempi in cui si liquidava Giuseppe Prezzolini giudicandolo un dilettante della cultura e un impresario di idee, avventure e iniziative editoriali. Troppi luoghi della storia e del pensiero, della letteratura e della politica si sono incrociati con Prezzolini per poterne ancora parlare in termini di occasionale e superficiale convergenza. E non basta la sua longevità per spiegare la sua presenza a latere o in prima fila negli appuntamenti cruciali nel nostro secolo”. Nel 1972 il settimanale Il Borghese, tribuna di Prezzolini per quasi trent’anni, chiese ad una serie d’intellettuali di scrivere una breve testimonianza per celebrare i novant’anni dello scrittore. Scrisse allora Piero Buscaroli: “Prezzolini: ma il tuo lavoro vero non è un libro. E’ la tua vita. E’ la tua contraddittoria e variegata coerenza; la tua disciplinata anarchia; la tua affettuosa cattiveria; la tua ribelle volontà di servire; la tua italianità di straniero; la tua universalità di italiano; la tua religiosità di incredulo; la tua solitudine affollata e cordiale”.
Per far capire quanto sia stato lungo il suo tempo, lui stesso ha scelto un’espressione carica di significato, bella e letteraria: il “trapelo”. Si tratta dell’antico uso consistente nell’attaccare in aggiunta cavalli o buoi freschi ad una diligenza per sostenere una salita ripida, all’arrivo in paese, e aiutare le bestie giunte fin lì. E’ un termine antico, comunissimo per secoli, oggi sconosciuto. Prezzolini vi indica un’epoca lontana, ma a lui consueta, quando i fanciulli vestivano alla marinara, non esistevano automobili, gli ufficiali adoperavano la sciabola. Dall’era del “trapelo” la sua vita giunge all’inizio degli anni Ottanta, quando in Occidente inizia la rivoluzione post-industriale, arriva l’informatica e l’economia finanziaria sopravanza quella basata sulla produzione dei beni. Alla lunga temporalità del personaggio si aggiunge una vita ricca di luoghi e di esperienze. C’è il Prezzolini del Leonardo e de La Voce, degli ardori del primo Novecento, delle avanguardie per il rinnovamento culturale dell’Italia. Il Prezzolini antidemocratico. Il Prezzolini del rapporto con Croce. L’amico di Mussolini. L’entusiasta del fascismo. L’esule volontario. Il biografo di Machiavelli. Il Prezzolini a Parigi. Il Prezzolini americano, docente di letteratura italiana alla Columbia University. Il direttore di Casa Italia che fa scoprire la cultura italiana agli americani e a quegli italoamericani che l’avevano sepolta nel loro passato. Il giornalista instancabile delle corrispondenze a Il Borghese e al Tempo e Resto del Carlino capace di cogliere con il suo occhio arguto fatti e circostanze del costume degli States sfuggite ai tanti corrispondenti. E c’è il ritorno, in un luogo a prima vista singolare: Vietri sul Mare, in provincia di Salerno. 
Dal momento della sua scomparsa, come spesso accade nel costume italiano, secondo cui dei morti bisogna per forza parlar bene, Prezzolini ha finito per raccogliere solo giudizi positivi. Questo non gli rende un servigio utile, al pari del tentativo di dimenticarlo quando era ancora in vita. Per un giudizio articolato vale la pena affidarsi a Carlo Bo, che lo incontrò due volte: “Prezzolini ha grandi meriti che nessuno saprebbe o potrebbe mai togliergli, basterebbe La Voce, questa rivista, forse l’ultima rivista di gruppo che aveva formato una generazione. Di fronte alla Critica e all’impresa di Croce, il foglio di Prezzolini e dei suoi amici ha avuto una funzione di allargamento e di sollecitazione: cosa che del resto lo stesso Croce aveva ammesso senza equivoco. Ma oltre La Voce, c’è tutta l’opera del saggista, del prosatore di idee e anche del polemista e dell’inquietatore. Non ci sembra che ci siano stati molti altri esempi da mettergli accanto; c’è stato, sì, Gobetti ma è un caso particolare e in un contesto storico tutto diverso”. Nelle sue pagine Prezzolini profetizza i grandi temi della cultura occidentale che ancora oggi affrontano la condizione dell’intellettuale, in particolare l’indagine sul rapporto non facile tra cultura e politica. Anzi, è lui l’inventore di un nuovo ceto intellettuale, capace di creare e orientare il consenso, molto tempo prima che Gramsci elaborasse le sue teorie sull’egemonia. Per questo Augusto Del Noce scrive: “L’opera di Prezzolini, vista nella continuità dei suoi momenti, che pur sembrano contraddittori, è il documento primo di cui lo storico dovrà servirsi per interpretare la storia culturale italiana del nostro secolo sotto l’aspetto etico-politico”.

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