I due partiti “storici” ticinesi: liberali e conservatori. (Prima parte, dal 1800 al 1900)

FONTE: Appunti per una storia dei partiti ticinesi (di Franco Celio)
  (I due “busti” delle due persone simbolo della rivalità tra “conservatori” e “liberali”: Il “Landamano” G.B. QUADRI, primo a sinistra, ed il liberale Stefano FRANSCINI)

In nessun altro paese, eccetto forse nell’Italia della “prima repubblica”, i partiti ebbero mai nella vita pubblica (anche fuori dagli organismi istituzionali) un ruolo così rilevante come l’hanno avuto da noi fino a qualche decennio fa. In vista delle prossime elezioni cantonali e nell’intento di fornire una chiave di lettura che serva a far meglio conoscere il nostro paese, è quindi forse utile indicare, almeno a grandi linee, i principali momenti di questa nostra storia.

 

Le origini di un conflitto secolare 

I due partiti “storici” ticinesi, liberali e conservatori, affondano le loro radici nella prima metà dell’Ottocento. Volendo, si potrebbe anzi risalire alle controversie del 1798 e degli anni successivi fra i partigiani delle “novità” portate dai francesi (Repubblica Elvetica e Repubblica Cisalpina) e quanti le ritengono invece fonte di anarchia e di eresia. Fra coloro che manifestano simpatie per le idee liberali (e anche democratiche) vanno citati Annibale Pellegrini di Ponte Tresa, il suo compaesano Angelo-Maria de Stoppani, Giovanni Reali di Cadro, i mendrisiotti Luigi Catenazzi e Giovan-Battista Monti e soprattutto l’abate Vincenzo d’Alberti di Olivone. Fra i loro avversari sono invece da citare due religiosi – P. Francesco Soave e P. Gian Alfonso Oldelli – il mastro di posta Pietro Rossi e soprattutto il capitano Giovan-Battista Quadri che diverrà poi “Il Landamano” per antonomasia. Non si tratta tuttavia di partiti veri e propri, sia perché le discussioni coinvolgono solo una piccola élite, sia perché non esiste ancora nessuna organizzazione di tipo “partitico”.

Un secondo momento di scontro fra liberali e conservatori (benché i termini non siano ancora in uso) si ha nel 1814, quando il congresso di Vienna impone anche ai Cantoni svizzeri di rivedere le loro costituzioni in modo conforme ai princìpi “legittimisti”. Contro tale imposizione appare infatti un movimento di resistenza, animato soprattutto dal già citato De Stoppani e dal capitano Francesco Airoldi; movimento che viene ricordato come “rivoluzione di Giubiasco” e che è brutalmente stroncato, con l’uccisione dello Stoppani e la condanna all’esilio degli altri.

 

Quadri e Franscini 

Nel quindicennio successivo la politica cantonale è dominata dal Quadri. Convinto che il bene del popolo consista nell’essere ben governato da chi… sa farlo (cioé da lui stesso!) il Landamano avvia opere di utilità indubbia, quali la carrozzabile del San Gottardo, la strada del Ceneri, il ponte sul Ticino a Bellinzona e la navigazione a vapore sul Verbano. Egli cerca pure (senza tuttavia riuscirvi) di risolvere la “questione diocesana”, riunendo le parrocchie ticinesi – divise fra le diocesi di Como, e di Milano – sotto un Vescovo locale: tema che occuperà la politica ticinese, avvelenandola non poco, fin quasi alla fine del secolo. Ma il Quadri ha due difetti. Uno è di essere insofferente a qualunque critica. Si attornia perciò di “yes men” di scarso valore, il che lo rende inviso a molti e lo fa accusare di favoritismi e corruzione. L’altro è la mania della segretezza (comune peraltro a tutti i governi della Restaurazione), che lo spinge ad esercitare una severa censura sulla stampa e a vietare ogni pubblicità ai dibattiti parlamentari impedendo così ogni forma di vita democratica. Unico oppositore dichiarato è un altro membro del governo, Giovan-Battista Maggi, che però è spinto più che altro da rivalità personali, per cui non si tratta di una vera alternativa.

Ad opporsi sul piano dei princìpi sono invece, sul finire degli anni ‘20, i giovani raccolti attorno al giornale “L’Osservatore del Ceresio”: Giuseppe Vanelli, Pietro Peri, Antonio Airoldi, Giuseppe Ruggia e soprattutto Stefano Franscini. Influenzato dalle idee liberali diffuse a Milano – dove aveva trascorso vari anni, prima come seminarista poi come insegnante – il maestro di Bodio è per vari aspetti l’opposto del Landamano. Opposta è in particolare la sua concezione della vita pubblica, che egli ritiene debba basarsi sul dibattito pubblico e sulla partecipazione democratica, e presuppone perciò l’educazione popolare. Con l’opuscolo “Della riforma della Costituzione ticinese” il Franscini rivendica una Costituzione di impostazione liberale. Si inserisce così in quel movimento che oltre Gottardo è definito di “Rigenerazione” e che chiede l’allargamento dei diritti popolari, il riconoscimento della sovranità popolare, l’uguaglianza di fronte alla legge, la libertà di coscienza, di stampa, di domicilio, di commercio e d’industria. Sullo slancio dell’iniziativa fransciniana, altri oppositori del Quadri prendono iniziative analoghe, così che la nuova Costituzione, elaborata in quei mesi, è approvata il 1. luglio 1830 a larghissima maggioranza (tutti i Circoli, meno uno) e il Quadri è costretto alle dimissioni.

 

La rivoluzione del ‘39 e la contro-rivoluzione del ‘41 

Franscini e i radicali hanno dato la spallata decisiva al Landamano. Ad approfittarne sono però i moderati. Il nuovo governo, presieduto dal bellinzonese Corrado Molo, è una riedizione di quello vecchio. Su 9 membri, ben 6 sono infatti gli “ex”. I liberali sono per contro emarginati e sconfitti su tutti i punti del loro programma: libertà di stampa, promozione della scuola pubblica, riforma liberale del Patto federale del 1815, solidarietà con i movimenti liberali italiani e svizzeri ecc. Anche le loro richieste di migliorare l’educazione, le comunicazioni, l’agricoltura, l’industria, il credito ecc. sono ignorate. Molti, sentendosi traditi, si preparano quindi a combattere anche il “nuovo” Governo, servendosi sia della stampa – specie “Il Repubblicano della Svizzera Italiana” – sia delle Società di ginnastica federale e della Società dei tiratori alla carabina (creata per promuovere la formazione militare in base al Patto federale). Si tratta di associazioni diffuse in tutto il Cantone, che sono anche strumenti di propaganda liberale. Il governo Molo è tra l’altro accusato di finanziare la spesa pubblica mediante un aumento del debito e un antiquato sistema di percezione delle imposte, date in appalto a privati che (anticipando una somma prestabilita) provvedono poi a gestire in proprio

l’amministrazione daziaria e la vendita del sale, lucrandovi sopra. Nel 1839 i Carabinieri insorgono contro i tentativi governativi di espellere dal Cantone i fratelli Ciani e di mettere sotto tutela la Società di Pubblica Utilità. Il governo è impreparato. Gli insorti, agli ordini del col. Giacomo Luvini-Perseghini, marciano su Locarno – allora capitale – mettendo in fuga il governo (salvo i due consiglieri radicali, Franscini e Fogliardi).

Le nuove elezioni, tenute nei giorni successivi sotto il controllo dei Carabinieri, danno naturalmente un’ampia maggioranza ai radicali, che promuovono allora una vasta opera di riforme. L’accento è messo sulla promozione della scuola pubblica e (sull’esempio dei radicali di Argovia) sulla statizzazione dei beni dei conventi, con l’argomento che la formazione dei cittadini è compito primordiale dello Stato e non può essere lasciata ai suoi nemici.

Tutto ciò non può che acuire il contrasto con le autorità religiose. La maggioranza di esse considera infatti che le citate misure siano dettate da odio anti-cattolico (dietro cui credono di intravedere l’“eresia protestante”). Nel 1841 scoppia perciò una contro-rivoluzione. Ma i Carabinieri sconfiggono gli avversari e instaurano una dura repressione. L’avv. Giuseppe Nessi di Locarno, capo dei ribelli, è condannato a morte e fucilato per direttissima. Altri capi dell’insurrezione sono costretti a rifugiarsi all’estero. Anche nel ‘39 i membri del governo Molo e i capi dei moderati erano stati condannati – su pressione del Gran Consiglio – “per aver reso necessaria la rivoluzione” (!), e a tale condanna era stata aggiunta la privazione dei diritti civici e la confisca dei beni. Queste crudeli repressioni – che replicano a quella di segno opposto compiuta nel ‘14 contro la “rivoluzione di Giubiasco” – non fanno che aggravare l’odio fra le due fazioni e ipotecare gravemente il futuro.

 

L’azione dei radicali 

L’incameramento dei beni dei conventi si conclude nel 1848. I conservatori lo qualificano di furto, ma i liberali ritengono di aver messo le basi della “popolare educazione”. Nel ‘52, con l’apertura del “patrio liceo”, mettono anzi il “fiore all’occhiello” della loro politica scolastica.

Oltre a ciò, essi cercano di allargare la democrazia. Nel ‘42 propongono infatti di dare il diritto di voto a tutti i cittadini (indipendentemente dal censo o dall’essere o meno patrizi), nonché di calcolare i risultati delle votazioni in base ai voti degli elettori (non più dei circoli), come pure di ridurre i distretti e di limitare il numero dei sacerdoti in Gran Consiglio a uno per distretto. Ma tutto ciò solleva una forte opposizione, specie nelle valli, che si ritengono defraudate dei loro diritti in favore dei centri. I liberali sono perciò dipinti come nemici della tradizione e della “religione dei padri” e come coloro che vogliono favorire i forestieri a danno degli indigeni. In votazione popolare la riforma è spazzata via (in molti Circoli rurali con percentuali superiori al 90%!). Altre riforme introdotte o tentate dai radicali suscitano opposizione. La scuola elementare, le condotte mediche, le leggi per promuovere l’agricoltura e difendere le foreste si scontrano con svariati interessi privati o gravano sulle finanze comunali e patriziali, per cui incontrano resistenze, attriti e proteste.

 

Ma il conflitto più grave è con le autorità austriache, padrone del Lombardo-Veneto. Queste sono infatti irritate per il sostegno dato dalle tipografie ticinesi al Risorgimento italiano e più ancora per l’ospitalità concessa dal Cantone ai profughi, che qui svolgono propaganda, raccolgono fondi e arruolano volontari. Per ritorsione il governo lombardo-veneto nel 1853 decreta dapprima un blocco degli scambi con il Cantone, poi l’espulsione di tutti i ticinesi (circa 6’000) residenti in Lombardia. Il malcontento contro il governo, accusato di essere all’origine di questa situazione, non può che aumentare.

 

 

Dal pronunciamento alla “rivoluzione” 

Franscini e i suoi, dopo il ‘39, hanno realizzato varie riforme. Il “paese reale”, però, non le condivide. Il rigetto della revisione costituzionale del ‘42, le critiche alla statizzazione dei conventi e alla partecipazione del Cantone alla guerra del Sonderbund, il rifiuto della nuova Costituzione federale del ‘48, risultano indigesti agli uomini al potere. Convinti che il popolo non sia maturo per apprezzare le riforme, essi tendono perciò a ridurre i diritti popolari. Nel ‘52 il voto segreto è addirittura proibito (con l’argomento che è l’arma segreta del clero per circuire la coscienza dell’elettore, mentre un cittadino repubblicano non deve temere di manifestare la propria opinione…). In tal modo scontentano però anche parecchi loro sostenitori. L’opposizione aumenta dopo l’approvazione della nuova Costituzione federale del ‘48 (che toglie al Cantone le entrate dei dazi e delle poste) e l’espulsione dei ticinesi dalla Lombardia. Nel ‘53 sorge, come in altri Cantoni, un movimento democratico, che accusa il governo di favorire il clientelismo e un fiscalismo opprimenti, si batte per l’allargamento dei diritti popolari, l’imposta diretta progressiva, le società di mutuo soccorso e il movimento cooperativo, sollecitando pure provvedimenti sociali contro la disoccupazione.

Si riorganizza anche l’opposizione conservatrice, espressione del malcontento popolare per la soppressione dei conventi e la politica in favore degli esuli. I due gruppi, accantonando le divergenze di princìpio, danno vita al movimento dei fusionisti, che nel 1854 presenta una petizione con ben 14 mila firme per chiedere una riforma della Costituzione. Nello stesso anno vince le elezioni al Consiglio Nazionale, sconfiggendo tutti i candidati liberali, compreso il Franscini (eletto poi nel Canton Sciaffusa). Decisi a non perdere al potere, i radicali approfittano però dei tumulti scoppiati a Locarno nel ‘55, in seguito all’uccisione del loro sostenitore Francesco Degiorgi, per estendere a tutto il Cantone l’agitazione, detta “Pronunciamento in favore dell’ordine”. Le tipografie che stampano i giornali di opposizione sono distrutte e i capi conservatori e fusionisti sono arrestati o devono fuggire all’estero. Le nuove elezioni, organizzate sotto il controllo dei Carabinieri, confermano naturalmente in sella il partito al potere.

 

 

Dopo il Pronunciamento

I radicali, i cui principali esponenti sono ora Giovan-Battista Pioda, Carlo Battaglini, Luigi Lavizzari e il can. Giuseppe Ghiringhelli, realizzano importanti riforme, quali l’abbassamento da 25 a 20 anni dell’età di voto e l’abolizione del requisito del patriziato (poi anche del censo) per poter votare. I consiglieri di Stato sono ridotti da 9 a 7 e si istituiscono i dipartimenti, mentre i membri del Tribunale d’Appello sono ridotti da 13 a 9 e si crea il “giurì” in materia penale. Si crea pure la Banca Cantonale (nella quale lo Stato ha una partecipazione del 20%) e si introducono le impopolari ma necessarie imposte dirette. Vengono inoltre potenziate le scuole maggiori e di disegno e istituita la Scuola Normale. Si mettono le basi per la realizzazione della ferrovia del San Gottardo.

Ma l’elemento marcante della loro politica sono i provvedimenti anti-clericali: esclusione dei sacerdoti dall’insegnamento e da ogni diritto elettorale, subordinazione di ogni atto o lettera pastorale (nonché dell’elezione dei parroci) al “placet” governativo, proibizione delle processioni votive, tentativo di aggregare le parrocchie ticinesi a una diocesi d’Oltralpe. Ciò deriva in parte dall’ostilità di un clero largamente politicizzato (anche a causa dei conflitti fra il Risorgimento e lo Stato pontificio), che non di rado trasforma le chiese in luogo di propaganda politica. Sono tuttavia misure decisamente illiberali, che non incontrano il favore popolare.

Alla lunga la sconfitta diventa inevitabile, anche perché il conflitto tra Lugano e Bellinzona sul problema della capitale spacca la classe dirigente, mentre la persistente idea di ridurre i distretti e di eleggere i deputati in proporzione alla popolazione alienano al partito le residue simpatie delle valli. Infine, la revisione costituzionale federale del 1872-74 e il Kulturkampf ne pregiudicano ancora di più le posizioni. Le elezioni del 1875 danno quindi la maggioranza ai conservatori.

 

Il “nuovo indirizzo” respiniano 

Gli anni fra il 1875 e il 1890 sono a dir poco turbolenti. I conservatori, guidati da Bernardino Lurati, ottengono la vittoria accusando il regime liberale di aver fatto man bassa “sui princìpi più elementari delle pubbliche libertà”. Essi promettono voto segreto, libertà religiosa, libertà di insegnamento, giustizia imparziale; economia rigorosa ma ragionevole. Tanta insistenza sulle “libertà” – negli anni di poco successivi al Sillabo! – potrà forse stupire. Occorre però ricordare che con ciò i conservatori intendevano essenzialmente la libertà della Chiesa e delle sue scuole di emanciparsi da ogni controllo statale. Nulla da spartire, dunque, con le temute e “malintese e pericolose libertà moderne” denunciate da Pio IX…

Il Lurati, giudicato troppo moderato, è d’altronde messo da parte, e la guida del partito passa al valmaggese Gioachimo Respini, che è un po’ una “reincarnazione” del Landamano Quadri. Indubbiamente preoccupato del bene pubblico (come dimostrano le sue iniziative per la premunizione delle frane, l’arginatura dei torrenti, la bonifica dei terreni, la realizzazione di strade e ferrovie regionali ecc.) il Respini è però dispotico e animato da spirito di rivalsa contro le “malefatte della setta radicale”. Il governo conservatore licenzia perciò tutti i funzionari e gli insegnanti nominati dal precedente, nomina giudici ligi al suo volere, ripristina la presenza del clero nelle scuole, scorpora determinate proprietà dei comuni per darle alle parrocchie. Introduce i diritti di iniziativa e di referendum, ma fa adotta una serie di norme improntate alla “geografia elettorale”, allo scopo di perpetuare la maggioranza conservatrice.

Tutto ciò provoca una serie infinita di scontri, come i famosi “fatti di Stabio” del ‘76, che causano tre morti e due feriti gravi; fatti preceduti di pochi giorni da scontri quasi altrettanto gravi in quel di Locarno. Altri conflitti minori fanno ripiombare il paese in un clima da guerra civile e hanno vasta eco anche oltre-Gottardo, anche a causa di innumerevoli richieste d’intervento rivolte alle autorità federali dai liberali ticinesi. Quest’ultimi, dopo la sconfitta, sono peraltro in crescita, grazie soprattutto alla delusione di molti moderati per la politica del Respini, all’aumento della popolazione dei centri e all’arrivo di numerosi funzionari (perlopiù protestanti) della Gotthardbahn.

 

La “rivoluzione” settembrista 

Più passa il tempo e più le polemiche si arroventano. Nell’estate del 1890 i liberali presentano un’iniziativa mirante (in sostanza) ad impedire i giochetti della “geografia elettorale”. I conservatori cercano di tirare le cose per le lunghe, in modo da spostare la votazione in epoca ad essi più favorevole. A peggiorare le cose si aggiunge lo scandalo Scazziga; il cassiere cantonale che ha sottratto all’erario pubblico una somma enorme. L’11 settembre, al comando di Rinaldo Simen, le “truppe” liberali assaltano il palazzo governativo. L’operazione si conclude con l’arresto dei membri del governo che si trovano sul posto e l’uccisione (seppure involontaria) del giovane consigliere di Stato Luigi Rossi. Viene proclamato un governo provvisorio presieduto dallo stesso Simen. Interviene Berna, che riesce ad imporre il sistema elettorale proporzionale, in base al principio enunciato dal consigliere federale Ruchonnet: “il faut que les tessionis apprennent à gouverner ensemble”. L’epoca delle contrapposizioni frontali è finita.

 

Il Governo Simen, o la “politica delle cose” 

Dopo due anni di “interregno”, diretto dal conservatore moderato Agostino Soldati, le elezioni del febbraio ‘93 – le prime in cui l’esecutivo è eletto direttamente dal popolo – danno ai liberali la sospirata maggioranza. Sono eletti in governo Simen, Colombi e Curti (per i conservatori Casella e Rinaldo Rossi). In Gran Consiglio troviamo invece 53 liberali e 43 conservatori.

La nuova maggioranza, di cui Rinaldo Simen è l’esponente principale, cerca soprattutto di evitare i conflitti ideologici. Il governo si impegna a fondo in quella che venne chiamata la “politica delle cose”. Si procede al completamento della rete stradale, alla “cantonalizzazione” dei corsi d’acqua (dando inizio allo sfruttamento idroelettrico), all’elaborazione della prima legge cantonale sull’agricoltura e sulla protezione delle foreste. Si istituisce pure il Manicomio cantonale e si adotta una nuova legge fiscale, che introduce il princìpio dell’imposta progressiva. Ma il settore al quale Simen dedica particolare cura è quello scolastico. Sono creati i primi corsi di metodica per le maestre d’asilo, si prolunga la formazione degli insegnanti di scuola obbligatoria, si istituisce la Scuola cantonale di Commercio a Bellinzona e si realizza il Palazzo degli Studi a Lugano. Per non pregiudicare la collaborazione con i conservatori, il Simen rinuncia a far “piazza pulita” dei rappresentanti del precedente regime, ciò che gli procura dure critiche da parte della parte più “rivoluzionaria” dei suoi. Alcuni radicali, come Romeo Manzoni parlano infatti di “rivoluzione tradita”, dando il via a una dura controversia all’interno del partito, che sfocia nella scissione della cosiddetta “Estrema”, che fa capo a Manzoni e ad Emilio Bossi (“Milesbo”). Nonostante questa conclusione un po’ amara della sua carriera, a Rinaldo Simen (che lascia il governo nel 1905) va riconosciuto il merito storico di aver contribuito in modo decisivo a creare – per usare le sue parole – “un Ticino più sereno nella lotta politica”. Egli, che per la sua personale biografia (impiegato dei telegrafi di modeste origini, divenuto prima leader del partito, poi capo del Governo) già rappresentava il “trait d’union” fra i notabili del vertice e la base popolare del partito, diventa così anche l’anello di congiunzione tra il vecchio e il nuovo modo di far politica. Con lui si concluse l’Ottocento e inizia il secolo successivo.

 

Continua… 

 

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