Francesco Borromini, il LOMBARDO del LAGO di LUGANO

  (Il ritratto di Borromini su francobolli italiani e banconote svizzere… L’effigie di Francesco Borromini è stata riprodotta sulla banconota da 100 Franchi svizzeri negli anni ottanta del XX secolo.)


Francesco Borromini, nato col nome di Francesco Castelli Brumino (Bissone, 27 settembre 1599 – Roma, 3 agosto 1667), è stato un architetto, operante quasi esclusivamente a Roma, tra i principali esponenti dell’architettura barocca. Un personaggio che ben espone e valorizza la nostra identità lombarda che trova in esso un forte pilastro della storia indossiolibiemte comune “di qua” e “di la” della “ramina”.

Iniziamo con una CURIOSITÀ (e dopo andiamo a vedere nel dettaglio la vita di questo gradissimo LOMBARDO):

La Banca Nazionale Svizzera decise di mettere l’effigie del Borromini sulla banconota dei 100 Franchi.

Ci furono grosse proteste da parte degli intellettuali ticinesi i quali fecero notare che si trattava di un ANACRONISMO, in quanto “all’epoca di Borromini” i territori che sarebbero diventati il CANTON TICINO non erano altro che un “condominio” di alcuni cantoni svizzeri. 

In pratica, Borromini e con lui Maderno, Fontana, ecc., erano sudditi italiani della Confederazione svizzera, così come Caravaggio e Bernini erano sudditi italiani della Spagna. Borromini e gli altri, essendo soggetti (“untertanen”) non avevano neanche diritto al passaporto, e quando il Borromini fondò  una società edilizia a Roma si definì come:

“FRANCESCO BORROMINI, DIOCESI DI COMO”

E, nell’opera fondamentale sul Borromini, scritta da Paolo Portoghesi ed edita dalla Società Ticinese di Belle Arti, si ha una prefazione, di Giuseppe Martinola (un ticinese), che inizia così: 

“Nella famiglia di artisti ticinesi, cioè di una precisa area lombarda, Francesco Borromini occupa un posto esclusivo…” . 

La parola “svizzero” non compare mai. … 


Francesco Borromini nacque a Bissone, nell’attuale Canton Ticino, da Giovanni Domenico Castelli Brumino (Brumino era il cognome del padre adottivo), capomastro, ed Anastasia Garovo. Iniziata la carriera di intagliatore di pietre, si trasferì ancora giovane a Milano presso lo zio materno con il quale cominciò il proprio apprendistato nella grande fabbrica del Duomo di Milano allora diretta dall’architetto Francesco Maria Ricchino. Da tale periodo di formazione Borromini derivò un insolito interesse per l’architettura gotica ed alcuni elementi compositivi derivati dalle opere di Ricchino riscontrati nelle sue prime opere architettoniche. Al suo arrivo a Roma, nel 1619, troviamo al cognome Castelli l’aggiunta del nome Borromino o Borromini, interpretato da alcuni come un omaggio alla famosa famiglia Borromeo, dai cui feudi egli proveniva, oppure, secondo altri, per la sua profonda devozione a San Carlo Borromeo; del resto già lo zio paterno era noto come Brumino, e inoltre tale aggiunta era una maniera per differenziarsi dai numerosi Castelli presenti a Roma; cominciò a firmarsi definitivamente Francesco Borromini dal 1629 alla morte di Carlo Maderno, suo parente per parte di madre, per il quale iniziò a lavorare come primo assistente nei suoi cantieri della basilica di San Pietro in Vaticano, di Sant’Andrea della Valle e di Palazzo Barberini.
  (Scalone palazzo Barberini, Roma)

Alla morte del Maderno le sue attese di essere nominato architetto delle fabbriche portate avanti da questi, vennero frustrate con la nomina a tale ruolo di Gian Lorenzo Bernini il quale, acerbo allora di architettura, lo confermò quale primo assistente, delegandogli di fatto la resa progettuale e strutturale delle proprie idee e disegni, collaborazione che possiamo ammirare nel corpus di disegni relativi al citato Palazzo Barberini, in cui si osserva la stretta simbiosi tra i due, pur riuscendo sempre a identificare l’opera dell’uno e dell’altro. Capolavoro in questo palazzo è l’elegante scalone elicoidale, in cui l’esempio di Jacopo Barozzi da Vignola nel Palazzo Farnese di Caprarola e di Ottaviano Mascherino nel Palazzo del Quirinale viene sviluppato con un nuovo virtuosismo formale, riscontrabile in particolari quali lo schiacciamento della balaustrata nella sua progressione verso l’alto.

  (Il Baldacchino di San Pietro nella Basilica di San Pietro in Vaticano)
  (La cupola di San Carlino)

  (Facciata di San Carlino)

Nel 1634 ottenne il suo primo lavoro personale, la costruzione della chiesa di San Carlo alle Quattro Fontane (San Carlino) e dell’annesso convento. Questo fu organizzato intorno ad un minuscolo chiostro di forma rettangolare e con gli angoli smussati e leggermente convessi.
  (Il campanile e la cupola di Sant’Andrea delle Fratte)

  (il Palazzo di Propaganda Fide in una stampa di Giuseppe Vasi)

La piccola chiesa venne edificata con una pianta complessa ideata intorno a forme triangolari[senza fonte], aprendo quattro grandi nicchie attorno al setto murario in modo da creare un continuo e ondulato trapasso tra superfici concave e convesse, la cupola ovale fu rivestita con cassettoni di varie forme che rimpiccioliscono verso il centro in modo da aumentare l’impressione di altezza e posta arretrata rispetto al cornicione decorato da una corona fiammeggiante, facendola così apparire come non poggiante sull’architettura sottostante e enfatizzandone la simbologia di “cielo”. L’ambiente è illuminato da una luce diffusa proveniente sia dalla lanterna che da finestre aperte sul tamburo, nascoste all’interno dal fregio in stucco sopra l’imposta della cupola.
Tra il 1637 e il 1640 lavorò alla Casa professa e all’Oratorio dei Filippini, nella cui facciata alla convessità della campata centrale dell’ordine inferiore corrisponde nell’ordine superiore la concavità della nicchia, di derivazione bramantesca.
Nel 1642 inizia i lavori a Sant’Ivo alla Sapienza, la chiesa annessa all’antico studio romano diventato poi università. La pianta stellare, formata dall’unione di due triangoli equilateri, deriva dall’integrazione del progetto originale di Giacomo Della Porta con gli studi di architettura antica tratti principalmente da Giovan Battista Montano. Intelligentemente Borromini integra nella pianta lo studio relativo all’ape allora portato avanti da diversi studiosi in omaggio all’emblema della famiglia Barberini.

  (Sant’Ivo alla Sapienza, cortile e facciata)

All’interno il fluire concavo e convesso delle pareti viene interrotto da angoli vivi e segmenti rettilinei. La cupola, innestata direttamente sui muri perimetrali, segue il ritmo delle sporgenze e rientranze del setto murario, in modo da accelerare dinamicamente la sensazione di elevazione verticale della cupola. All’esterno la cupola è coperta da un tamburo convesso e si conclude su un’alta lanterna con un coronamento a spirale, cioè un ideale percorso ascensionale; tutti elementi ripresi nella costruzione del tiburio e del campanile della Basilica di Sant’Andrea delle Fratte.

Papa Innocenzo X affidò all’artista l’incarico di rinnovare l’interno della basilica di San Giovanni in Laterano, nel 1646.
Non volendo abbattere le antiche strutture murarie per non cancellare, come si era fatto a San Pietro, le testimonianze costantiniane, il Papa, su probabile suggerimento di Virgilio Spada, impose a Borromini il rispetto non solo formale, ma anche materiale delle antiche murature. Borromini ingabbiò allora le precedenti rovinatissime colonne a due a due entro grandi pilastri. Racchiudendo le vecchie pareti in muri doppi aperti da finestre ovali, nella navata principale pose nicchie incurvate verso l’esterno e le racchiuse tra i pilastri, mentre le navate laterali furono coperte con vari tipi di volte a botte e ribassate con cupolette. Per salvare le lapidi e le memorie medievali e rinascimentali egli operò nel successivo pontificato di Alessandro VII un capillare lavoro di smontaggio dei monumenti antichi, inserendo gli elementi caratterizzanti dei primi in monumenti commemorativi da lui creati. Egli avrebbe voluto coprire la navata con una volta, ma il progetto non fu realizzato interamente e la navata mantenne il soffitto ligneo del Cinquecento.
Dal 1646 il Borromini realizzò la facciata del Collegio di Propaganda Fide, con finestre inquadrate da modanature plastiche e colonne di ordine gigante. Per l’annessa cappella dei Re Magi disegnò una volta ribassata percorsa da larghe costole a rilievo che si incrociano diagonalmente inquadrando un esagono con l’emblema dello Spirito Santo, demolendo la precedente cappella, uno fra i primi lavori di Bernini, abitante proprio nel palazzo di fronte.
A Sant’Agnese in Agone capovolse il progetto originario di Girolamo Rainaldi (e di suo figlio Carlo Rainaldi), che prevedeva l’ingresso principale in Via di Santa Maria dell’Anima. La facciata fu ampliata per includere alcune parti dell’attiguo palazzo Pamphili, guadagnando così dello spazio per le due torri campanarie, ciascuna delle quali ha un orologio, come in San Pietro: uno per l’ora di Roma, l’altro per il tempo ultramontano, ossia l’ora europea. Inoltre trasformò la pianta da una croce greca in un ottagono sfondato da cappelle alternate a larghi pilastri; su un alto tamburo si innesta la cupola. La chiesa nel suo complesso si viene impostando come una serie di strutture con valori opposti che si bilanciano tra di loro: alla facciata concava fa da contrappeso la convessità del tamburo e della cupola, mentre all’espansione orizzontale data dalla facciata fanno da contrappeso gli elementi che si slanciano in verticale: i due campanili e la cupola.

 (Chiesa di Sant’Agnese in Agone)

Borromini perse il suo lavoro prima che esso fosse terminato a causa della morte di papa Innocenzo X. Il nuovo papa, Alessandro VII, e il principe Camillo Pamphili richiamarono Carlo Rainaldi, che portò a termine i lavori senza però apportare modifiche sostanziali al progetto borrominiano.
Nell’estate del 1667, la salute di Borromini, che soffriva di disturbi nervosi e di depressione, si aggravò a causa di ripetute febbri e di una cronica insonnia. La sera del 1º agosto scrisse il proprio testamento, dopo di che, non riuscendo ad addormentarsi, chiese al servo un lume, ma questo, per espressa indicazione dei medici, glielo negò. Borromini, colto da un’ira improvvisa, si ferì gravemente con la spada, non si sa se volontariamente o meno, spirando il 3 agosto, dopo aver ricevuto i sacramenti.
  (Villa Falconieri)

Recentemente è stata posta su un pilastro della chiesa una lapide che ne onora l’opera e la memoria:
« FRANCISCVS BORROMINI TICINENSIS

EQVES CHRISTI

QVI

IMPERITVRAE MEMORIAE ARCHITECTVS

DIVINAM ARTIS SVAE VIM

AD ROMAM MAGNIFICIS AEDIFICIIS EXORNANDAM VERTIT

IN QVIBUS

ORATORIVM PHILLIPINVM S. IVO S. AGNES IN AGONE

INSTAVRATA LATERANENSIS ARCHIBASILICA

S. ANDREAS DELLE FRATTE NVNCVPATVM

S. CAROLVS IN QVIRINALI

AEDES DE PROPADANDA FIDE

HOC AVTEM IPSVM TEMPLVM

ARA MAXIMA DECORAVIT

NON LONGE AB HOC LAPIDE

PROPE MORTALES CAROLI MADERNI EXVVIAS

PROPINQVI MVNICIPIS ET AEMVLI SVI

IN PACE DOMINI QVIESCIT »

  (Francesco Borromini)


Karl Baedeker nel 1883 nella Guide of Central Italy racconta:

« Maderno con Borromini e Carlo Fontana erano i leader di una banda di artisti che cospirarono per strappare l’architettura dal suo tranquillo riposo (…) che sostituirono con una turbolenta irrequietezza. »


FONTE: WIKIPEDIA 

 

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